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VILFREDO PARETO,
Trasformazione della Democrazia (1921)

Vilfredo Pareto (1848-1923)  
[Created: 29 November, 2025]
[Updated: 29 November, 2025]

Source

Vilfredo Pareto, Trasformazione della democrazia (Milano: Studio Editoriale Corbaccio, 1921).http://davidmhart.com/liberty/FrenchClassicalLiberals/Pareto/1921-TrasformazioneDemocrazia/index.html

Vilfredo Pareto, Trasformazione della democrazia (Milano: Studio Editoriale Corbaccio, 1921).

The chapters were previously published in Rivista di Milano between 5 May and 20 July 1920. The Appendix was written in October of the same year.

This title is also available in a facsimile PDF of the original.

This book is part of a collection of works by Vilfredo Pareto (1848-1923).

 


 

Indice

  1. I. Generalità, p. 5
  2. II. Sgretolamento della sovranità centrale, p. 29
  3. III. Il ciclo plutocratico, p. 71
  4. IV. I sentimenti, p. 87
  5. Appendice, p. 111
  6. Endnotes

 


 

[5]

I. GENERALITÀ [1]

Il titolo posto a questo studio non è preciso, e solo in mancanza di meglio si usa qui.

Da prima, il termine democrazia, è indeterminato, come molti altri termini del linguaggio volgare. Il Sumner Maine credè di scansare le difficoltà che si hanno usandolo, sostituendovi il termine di governo popolare; e tale è il nome che diede ai suoi Saggi. Ma il secondo termine non è molto meglio definito del primo, nè v'ha speranza di trovarne altro per dare forma rigorosa e precisa a ciò che è indeterminato e fugace.

Poscia, a dir vero, c'è non già una repentina trasformazione di uno stato in un'altro, bensì una continua mutazione simile a quella che il tempo reca agli esseri viventi; ed è di quel movimento sociale che qui vogliamo studiare un tratto.

Sperimentalmente, dobbiamo collocarlo nella serie sua, non solo, ma benanche in quella [8] dell'insieme dei fenomeni sociali; altrimenti saremmo esposti al pericolo di fare, invece di una ricerca oggettiva, una esposizione soggettiva di sentimenti suscitati dalla veduta di quest'unico tratto.

Qui si parano due difficoltà. Lo studio del complesso sociale è lungo, ed il solo tentativo di compierlo occupa i due volumi della Sociologia. Sarò dunque costretto, contro al volere mio, di rimandare spesso ad essi per osservazioni che qui non potrebbero trovare luogo [2]; ma per procurare almeno di scansare al lettore la fatica di vederle in ogni particolare, farò precedere il presente studio di un breve cenno dei risultamenti che in esso si usano. L'altra difficoltà nasce da ciò che, anche considerando solo la serie delle trasformazioni dei «governi popolari», di cui fa parte la trasformazione odierna, immensa è la mole dei documenti storici da studiare. Piccola è la parte di cui ha potuto tener conto, e questa parte è tanto grande, in modo assoluto, che è impossibile farne un cenno anche sommario in articoli di Riviste, che devono necessariamente essere brevi e compendiosi. Occorre dunque restringersi a pochi esempi.

Il lettore che vorrà studiare maggiori particolari li troverà nei molti ed ottimi libri che [9] abbiamo rispetto a tali argomenti, ai quali non ho certo la stolta presunzione di fare concorrenza; anzi riconosco di avere imparato da essi il poco che so, e se non li cito tutti e neppure in gran numero, non è certo per nascondere quanto ad essi debbo, ma solo per ragioni di spazio, e perchè qui non scrivo una storia delle dottrine.

Non mi trattiene la riverenza dovuta al maestro, se noto alcun distacco tra le sue teorie ed i fatti; perchè questi stanno al disopra di tutti noi studiosi che seguiamo il metodo sperimentale.

Rammentiamo alcuni principii generali, tratti dalla Sociologia.

Di ogni fenomeno sociale abbiamo da studiare la sostanza, il modo col quale è stato veduto, e i ragionamenti a cui ha dato origine.

La parte più costante e quindi più importante della sostanza è data dai sentimenti e dagli interessi (2146). Dei primi è stato fatto una analisi nella Sociologia, e se ne sono separati certi elementi detti residui; dei secondi ivi si è pure fatto cenno, ed una parte è studiata di proposito nell'Economia politica.

Maggiormente variabile è la forma sotto la quale si manifestano sentimenti ed interessi, nonchè le loro conseguenze logiche; essa è generalmente trattata nelle storie, fra cui [10] pregevolissime sono le moderne che indagano le origini delle istituzioni.

Gli uomini, tra i loro pregiudizi, vedono i fatti, e se oggi, i popoli civili più non credono che il sole, ogni sera, si tuffi nell'oceano, hanno altre credenze che non più di questa si accostano alla realtà. Inoltre è naturale desiderio di non appagarsi del come, ma di ricercare anche il perchè. Potrebbe dirlo, entro certi limiti, la scienza logico-sperimentale; ma poichè di tali limiti sono insofferenti gli uomini, che, sprezzando il contingente, mirano all'assoluto, e poichè la scienza sperimentale poco si è sempre usata e poco seguita ad usarsi nelle materie sociali, ad essa si sostituiscono, per dare l'ambita risposta, pseudo scienze che interpretano i fatti col sentimento, coi desideri, coi pregiudizi, con l'opera, spesso inconsapevole, degli interessi, e in tanti altri modi, tutti estranei alla scienza logico- sperimentale. Per tal modo hanno origine prodotti del pensiero, ai quali nella Sociologia, abbiamo posto il nome di derivazioni.

Esse sono variabilissime, e spesso variopinte e fugaci come l'arco baleno, ma sotto tanta varietà di forme si cela, come per gli altri fatti umani, una parte costante, e questa è stata studiata nella Sociologia, indagando gli elementi delle derivazioni.

Non si curano di tali analisi nè la metafisica, che ha principii assoluti, nè l'empirismo, che si [11] appaga di somiglianze superficiali. Esso, per spiegare i fenomeni presenti, cerca nel passato fenomeni eguali; non li trova nè li può trovare, perchè la storia non si ripete mai, perchè infinite sono le combinazioni che possono nascere dagli elementi delle azioni umane, e solo di queste combinazioni narra la storia.

L'ordinamento sociale non è mai in perfetta quiete: è in un perpetuo divenire; ma il moto può essere più o meno veloce. Esso si osserva nell'antichità, tanto a Sparta come ad Atene; nei tempi moderni, tanto nella Cina come in Inghilterra. La differenza sta in ciò che il moto può essere lento, come a Sparta o nella Cina, o veloce, come ad Atene e nell'Inghilterra. Simili differenze si hanno in uno stesso paese ed in tempi diversi. Mai non posa, per esempio, il moto, in Italia, dai tempi leggendari di Romolo ai giorni nostri, ma non si manifesta ogni anno con la stessa intensità.

Agevole è l'intendere come un'era nuova sia segnata, per il fedele della religione cristiana, dalla venuta di Cristo, per il musulmano, dall'égira, per il fedele delle religioni «democratiche», dalla rivoluzione francese del 1789, per il fedele di una delle religioni della terza Internazionale, dalla rivoluzione del Lenine, e via di seguito; nè su ciò menomamente contende la scienza logico-sperimentale, poichè 1'argomento essendo di fede trascende interamente [12] dal campo sperimentale; ma se si rimane in esso, se gli avvenimenti si studiano solo come fatti, lasciando da parte la fede, si conosce tosto che le ere sono nuove solo di forma, mentre, nella sostanza, sono punti corrispondenti a cime della curva continua del moto. Vi era, ragionando dal tetto in giù, un cristianesimo prima di Cristo, un maomettismo prima di Maometto, una «democrazia» prima della rivoluzione francese, un Bolscevismo prima della rivoluzione di Lenin.

Guardare in tal modo gli eventi, ponendosi deliberatamente fuori della fede, è utile, indispensabile per la scienza sperimentale, e può essere, è spessissimo di danno per le opere. Lo scetticismo dà la teoria, la fede spinge all'operare, e di opere è costituita la vita pratica. I fini ideali possono essere ad un tempo assurdi ed utilissimi per la società; e ciò dovremo qui spesso ricordare, perchè facilmente si trascura.

Tale distinzione tra l'utilità della scienza sperimentale e l'utilità sociale è fondamentale; lungamente ne scrissi nella Sociologia, qui mi occorreva farne cenno, solo per scansare il pericolo che, dove reco semplici osservazioni di fatti e di relazioni di fatti, siano vedute invece, come spesso è accaduto per altri miei scritti, esortazioni ad operare in un certo senso. Se, dai fatti, parmi potere trarre la conclusione che la borghesia nostra corre alla sua [13] rovina, non intendo con ciò dare giudizio alcuno sul «bene» o il «male» di tale evento, come non saprei darlo sul fatto analogo della rovina dei signori feudali, preparata dalle Crociate, nè esortare la borghesia a mutare strada, nè predicare per riformare costumi, gusti, pregiudizi, nè, men che mai, dare a credere che ho in serbo una qualche ricetta per guarire la malattia di cui soffre la borghesia, o, se vuolsi, anche la Società; all'opposto dichiaro esplicitamente che tale rimedio, dato e non conceduto che ci sia, mi è interamente ignoto: sono come il medico che ravvisa nel cliente la tubercolosi, senza sapere come guarirla. Mi sia lecito di aggiungere che, per ora, sinchè non è maggiormente progredita la scienza sociale, l'empirico, l'uomo pratico sono spesso più giovevoli, nelle cure dell'organismo sociale, che il dottore, lo scienziato; sebbene i primi possano talvolta attingere alcune cose dalle conoscenze dei secondi.

Una delle religioni intellettuali, che potrebbesi dire del razionalismo, afferma che la distinzione tra la teoria e la pratica, quella tra la visione del possibile e del logico, e la fede nell'impossibile, nel fantastico, l'altra tra i fini reali ed i fini ideali non ci dovrebbero essere, e che occorre lavorare perchè spariscano. E sia pure; ma noi studiamo ciò che è, non ciò che dovrebbe essere; quando saranno mutati [14] sentimenti, gusti, interessi, modi di operare degli uomini, muteranno pure le premesse dei nostri ragionamenti, prima no (2411).

Potrebbesi solo opporre che, se prossimo fosse tale cambiamento, gioverebbe alla scienza considerarlo fin d'ora; ma l'andamento degli eventi che si osserva da più di duemila anni non accenna menomamente ad essere vicino al termine. Lasciamo dunque ai posteri la briga di studiare la sociologia dell'uomo di un remoto futuro, e contentiamoci di quella dell'uomo del passato, del presente e di un prossimo avvenire.

Man mano che procede questo scritto, temo che vada assottigliandosi la schiera dei consenzienti; e che ora più che mai, traendo le conseguenze dei principii esposti, stia per ridursi al nulla. Eppure queste non si possono tacere.

La prima è che, ogni stato essendo prodotto dai passati ed origine dei futuri, chi volesse dare di esso un giudizio assoluto di «bene» o di «male» dovrebbe conoscere tutti quegli stati futuri sino all'infinito [3]; e poichè ciò non è possibile, non può dare tale giudizio e deve lasciare l'assoluto per appigliarsi al contingente, definire quei termini: bene e male, [15] ricercare solo gli effetti prossimi dello stato che studia, fissando all'incirca il limite che indica questo termine prossimo.

Le proscrizioni dei triumviri, a Roma, il terrore al tempo della prima Rivoluzione francese, il terrore dei Bolscevisti sono un «bene» od un «male»? Il sentimento, la fede, il ragionamento che muove da concetti a priori, metafisici, od altri, hanno modo di risolvere questo quesito, non lo ha la pura scienza logico-sperimentale.

Un lontano concetto di tale dipendenza dei vari fenomeni si ha nell'asserzione del Clemenceau che la Repubblica francese devesi considerare tutta insieme (come un blocco), e che chi l'accetta in parte, deve accettarla tutta. Qui si vede bene la differenza tra i ragionamenti scientifici e le derivazioni. Il Clemenceau, posto questo principio, doveva, se voleva essere logico, estenderlo alla presente rivoluzione russa. Invece egli lo trascura, senza dare motivo alcuno, non considera la rivoluzione russa come un blocco, la condanna per il suo Terrore, pure rifiutandosi a condannare, per cagione proprio identica, la Rivoluzione francese.

Cogliamo l'occasione per osservare che il fatto ora notato è un caso particolare di altro molto più generale. Poco di veramente nuovo si può dire dei fatti sociali che si riproducono [16] in ogni tempo, poichè infine una qualche impressioni debbono avere fatto sugli uomini intelligenti che li hanno veduti, e la differenza fra questa ed altra che appartenga alla scienza può essere solo di una maggiore approssimazione alla verità sperimentale.

Così, da una terra «grassa» e da una «magra», l'ignorante ha impressioni diverse di quelle del chimico; il secondo sa, ed il primo ignora di quali elementi sono composte le terre che hanno quei nomi, i quali, pel primo, sono reputati precisi e da accettarsi, e pel secondo sono mancanti di precisione e quindi da rigettarsi da ogni ragionamento rigorosamente scientifico. Sarebbe dunque un'enorme sciocchezza il negare il progresso fatto dalla chimica, o il dire che il chimico plagia l'ignorante; e sono di fatta le osservazioni di quei messeri che ogni nuova teoria dicono copiata in autori passati, giungendo sino a trovare in Aristotile le teorie del Darwin.

Riguardo al complesso economico, nell'osservazione biblica delle sette vacche grasse e delle sette magre, come nell'opera del Clément Juglar sulle crisi economiche, c'è il concetto delle oscillazioni, ma l'approssimazione alla realtà è diversa. Tale è pure, riguardo al complesso sociale, l'approssimazione della teoria metafisica del Vico, di quella del Ferrari, o di [17] quella moderna della scienza logico-sperimentale [4].

L'attento studio dei fatti ci insegna una cosa importantissima, cioè che «le oscillazioni delle varie parti del fenomeno sociale sono in relazione di interdipendenza, al pari delle parti stesse, e sono semplicemente manifestazioni dei mutamenti di esse. Se si vuole proprio fare uso del termine ingannevole di causa, si può dire che il periodo discendente è causa del periodo ascendente, e viceversa pel seguito; ma ciò devesi intendere solo nel senso che il periodo ascendente è indissolubilmente congiunto al periodo discendente che lo precede, e viceversa pel seguito; dunque in generale: che i diversi periodi sono solo manifestazioni di un unico stato di cose e che l'osservazione ce li mostra succedentesi l'uno all'altro; per modo che il seguire tale successione è un'uniformità sperimentale. Vi sono vari generi di queste oscillazioni, secondo il tempo in cui si compiono. Questo tempo può essere brevissimo, breve, lungo, lunghissimo (2338)».

Avremo dunque qui da ricercare se la trasformazione alla quale assistiamo è una di quelle brevi, accidentali, o se accenna ad uno spostamento medio, o di lunga durata (1718).

[18]

Altra conseguenza si ha osservando che la ricerca dell'«ottimo» governo è vana, chimerica, non solo per l'indeterminatezza del termine: ottimo (2110) ma ancora perchè si suppone possibile un evento impossibile, cioè che il moto si quieti in quello stato detto ottimo.

Anche in più ristretti confini, si incontrano grandi difficoltà, aventi origine nello stato ancora poco progredito della scienza sociale. Per altro è lecito sperare che ognora scemino gli ostacoli che ci nascondono la dipendenza dei fatti sociali e le uniformità di essi.

Se volgiamo l'attenzione alle molte teorie degli Stati parlamentari e costituzionali esposte nel secolo scorso, vedremo che nessuna vale per gli avvenimenti che seguono ora: esse vanno da una parte, i fatti da un'altra. Chi, per esempio, rilegge il libro del Mill sul Governo rappresentativo e l'altro sulla Libertà, che ebbero un tempo tanta fama si trova trasportato dalla mente in una società la quale nulla ha che fare colla società inglese contemporanea, e gli pare d'essere proprio fuori della realtà.

Chi si cura più dell'equilibrio dei poteri? Del giusto equilibrio tra i diritti dello Stato e quelli dell'individuo? Il riverito Stato etico è sempre in vita? Bellissima immaginazione è certo lo Stato Hegeliano, sopravvissuta per uso e consumo della sociologia poetica o [19] metafisica, ma i lavoratori preferiscono le realtà tangibili degli alti salari, delle imposte progressive, del maggior ozio, senza sdegnare i propri miti, come sarebbe quello del santo proletariato, dello spirito del male che si manifesta nell'ordinamento capitalista (1890) di un governo ideale di consigli di operai e di soldati, e di altri di simile genere.

Ci dicevano che la guerra era diventata impossibile, perchè, in conseguenza del progresso delle arti belliche, sarebbe stata troppo micidiale. Si aggiungeva che, alle brutte, i proletari e specialmente i socialisti l'avrebbero impedita con lo sciopero generale o in altri modi. Dopo sì bei discorsi, venne la guerra mondiale. Lo sciopero generale non si vide; all'opposto, nei vari parlamenti, i socialisti approvarono le spese per la guerra, o non fecero troppo opposizioni ad esse. I socialisti tedeschi, eredi di Marx, le votarono quasi unanimi, e il precetto del maestro: «Proletari di tutti i paesi unitevi!» si trovò implicitamente trasformato nell'altro: «Proletari di tutti i paesi uccidetevi!».

Ora si rinnovano miti e profezie. Per alcuni, la Società delle Nazioni, il trionfo «dei difensori del diritto e della giustizia» – c'è chi aggiunge: «della libertà», – per altri, il Bolscevismo debbono recare pace e gioia al mondo. Certo in parecchi tali credenze sono finte, [20] ma in altri molti muovono da sincera e viva fede. Per quanto possa parere strano, non sono pochi coloro che, anche oggi, dopo che principiarono i disinganni, sono persuasi che la Società delle Nazioni sarà un tocca e sana per guarire i mali del mondo. Ci sono quelli, ma pochi invero, che serbano fede ai quattordici punti del Wilson, il quale, meglio dei pensatori vissuti sin ora, seppe trovare le fondamenta dell'ottima repubblica. E perchè non ci sarebbero? Ci sono ancora coloro che credono alle arti magiche, e persino – dicesi – c'è chi invoca il diavolo; e poi non vediamo quanto sono numerosi i credenti della Christian science?

Proseguiamo colle conseguenze. Quando si esamina se un provvedimento è «buono, giusto, equo, morale, religioso, patriottico, ecc.», si indaga se è d'accordo coi sentimenti, in generale poco precisi, di una collettività in un dato tempo, e ciò può essere utile se si ha bisogno del consenso di questa collettività, ma serve poco o nulla per conoscere se recare in pratica tale provvedimento è possibile, e quando ciò sia, che conseguenze economiche e sociali si avranno.

C'è il poco, perchè il solo fatto del sussistere da molto tempo di un concetto in una società dimostra che è compatibile con le condizioni di questa, e quindi reca una certa probabilità che un provvedimento d'accordo con [21] tale concetto, si accordi pure colle condizioni di essa società (1778, 2520). C'è il nulla, quando l'accordo segue colla parte – spesso non piccola – del concetto la quale non corrisponde alla realtà.

Per esempio, il sapere se l'andare in Asia per liberare il gran sepolcro di Cristo era atto religioso, giovava per prevedere l'accoglienza che coloro in cui potente era la fede cristiana avrebbero fatto alle Crociate, ma valeva proprio niente per conoscere le conseguenze economiche, politiche, sociali. Il barone che si crociava sarà stato un ottimo cristiano – talvolta era principalmente un irrequieto ricercatore di avventure – ma era certamente un cattivo signore feudale, perchè preparava la rovina della sua casta. I borghesi del tempo nostro, tanto vogliosi di fare guerra, saranno ottimi patrioti – tra loro non mancano pure pescicani – ma sono, in parte, artefici di una prossima rovina della loro classe.

In questi ed in molti altri casi simili, se l'opera compiuta si stima utile alla società, si può dire che ad essa giovarono coloro che, mirando ad un fine ideale, percorsero inconsapevolmente una via in cui non si sarebbero messi se avessero saputo dove conduceva.

Altro è dunque il ragionare dei fini ideali, altro del movimento reale: Il diritto divino dei re e degli imperatori, il sacrosanto potere [22] della maggioranza, quello del divino proletario si possono difendere con ottimi argomenti, e ne ebbe pure di eccellenti il Pobedonostzeff per esaltare l'autocrazia degli Zar; ma tutto questo gran discorrere vale proprio zero per conoscere le conseguenze di quei vari ordinamenti.

Sparta negava la cittadinanza ai forestieri; Roma la concedeva indirettamente, accogliendo i liberti tra i cittadini. Quale giudizio si può dare di tali provvedimenti: 1.º Sotto l'aspetto della supposta eguaglianza degli uomini, degli immortali loro diritti, dell'umanità? 2.º Sotto l'aspetto delle conseguenze economiche, sociali, politiche? Sono due quesiti distinti, che nulla hanno di comune.

Un'imposta è «giusta», od «ingiusta»? Può essere quesito di accordo coi sentimenti, e, come tale, tocca al solo sentimento di risolverlo; gli sviluppi logici di cui s'infiora sono semplici derivazioni. Può essere quesito di logica formale, ed allora si può risolvere solo quando si sappia che senso si vuol dare ai termini «giusto, ingiusto». Non sono trascorsi neppure cento anni che si reputava «ingiusto» il fare approvare l'imposta da coloro che non la pagano; anzi era assiomatico e creduto da secoli che, per un «giusto» tributo, ci voleva il consenso dei contribuenti, e fu questo il fondamento del potere della Camera dei Comuni [23] in Inghilterra e di altre assemblee analoghe. «Ingiusta» dicevasi pure l'imposta progressiva, quella che era modo di togliere agli «agiati» per dare ai «poveri»…, dei quali parecchi stanno meglio di certi agiati, quella prelevata sul capitale, ecc. Ora tutto ciò è tenuto come giustissimo. Non c'è da contendere per sapere se si deve accogliere il primo, o il secondo concetto, od altro intermedio: ciò dipende esclusivamente dal significato che si vorrà dare ai termini adoperati. Ma il conoscere se retto, o no è il fatto sillogismo nulla vale per risolvere il problema interamente diverso che si esprime dicendo: che conseguenze economiche, politiche, sociali avranno quei provvedimenti? [5]

Può darsi che sia «giusto, lodevole, desiderabile, moralmente necessario» che gli operai lavorino poche ore al giorno e riscuotano paghe enormi, ma questo problema è diverso dai due seguenti: 1.º È ciò possibile in realtà, cioè con paghe reali e non solo nominali? 2.º Che conseguenze avrà tale condizione di cose?

Alcuni lettori saranno forse scandalizzati da queste asserzioni e le avranno per eretiche; altri, all'opposto, le stimeranno tanto evidenti [24] che era inutile di esprimerle. Ai primi ricorderò che sino da principio accennai di volere fare uno studio esclusivamente sperimentale, estraneo alla fede; ai secondi osserverò che moltissimi, ben lungi dall'avere queste asserzioni come evidenti, le reputano false, assurde; e quindi non è punto inutile il dichiarare che da essi ci appartiamo.

Seguitiamo colle eresie.

Conoscere ciò che deve pagare la vinta Germania, può essere un bell'esercizio di dispute giuridiche – meglio: pseudo giuridiche – di morale internazionale, di equità, e di tante altre belle cose; sapere come si può esigere un'indennità di guerra, senza adoperare questo nome, che urterebbe il Wilson, è buon esercizio di derivazioni. Ma tutto ciò non può, per gli effetti pratici, sostituire la ricerca di ciò che può pagare la Germania, di ciò che giova ai vincitori di farsi pagare.

Per prevedere i fenomeni valgono due operazioni: la prima indaga il possibile, l'altra il maggiormente probabile. Possibile è ciò di cui si hanno esempi nel passato (134), o più precisamente che dipende logicamente da elementi dati dall'osservazione sperimentale; probabile ciò che dipende da uniformità (leggi) generali osservate in vari casi e tempi (556 e s.). Le due indagini debbono, per i motivi già esposti, essere volte agli elementi meno variabili dei [25] fenomeni, non già, come nell'empirismo, ai fenomeni complessi, per l'ottima ragione che è inutile cercare ciò che non c'è.

Nel secolo XIX, ebbe larghissime applicazioni il metodo detto storico, allo studio dei fenomeni sociali, e furono fatte molte ed importanti indagini circa all'origine di questi. Ciò, in paragone dei ragionamenti etici e metafisici che prima si usavano e che, in parte non piccola, seguitano ad usarsi, fu notevole progresso per avvicinarsi all'esperienza (857 e s.); ma si può fare più e meglio usando il metodo schiettamente sperimentale.

Un'istituzione, un fatto sociale che si osservano in un dato tempo possono essere ma non sono necessariamente trasformazioni dirette di altra istituzione, di altro fatto. L'evoluzione non si fa generalmente in linea retta (217), e la comunanza di certi elementi non si deve confondere colla discendenza. Analoghi, nella classe degli uccelli ed in quella dei mammiferi sono i rapaci ed i felini; ma nessuno; neppure tra i più spinti Darwinisti, ha mai detto che i felini discendono dai rapaci. Analoghe sono i sindacati nostri e le ghilde del medio evo; ma se taluni fervidi seguaci del metodo delle origini vollero vedervi un caso di discendenza diretta, altri, maggiormente curanti dell'esperienza, negarono ciò recisamente.

[26]

La metafisica muove da principii assoluti e scende ai fatti reali; il metodo sperimentale parte da questi e risale a proprietà comuni, che si dicono anche astrazioni. L'astrazione sperimentale nulla ha che vedere coll'astrazione metafisica.

Ciò si nota qui perchè ci sono autori che, nella loro ignoranza del metodo sperimentale, le confondono.

La serie delle astrazioni sperimentali è infinita. Ogni principio generale può farsi dipendere da altro anche più generale, e via di seguito, senza alcun limite. Ma non sempre giova tenere questa via, che talora è opportuna, talora non è tale. Conviene scansare il pericolo di trascorrere oltre ai confini dell'esperienza presente e di andare quindi vagando per spazi immaginari. Era opportuno per il Newton di fermarsi alla gravitazione universale, come è opportuno nei meccanici moderni di volere risalire più oltre, come sarà opportuno pei futuri di seguitare per simile via e di andare più oltre dei moderni. Si badi bene che il saper limitare le proprie ricerche è oltremodo importante. I successori del Newton, studiando le conseguenze del principio della gravitazione universale, al quale si fermavano, fecero opera utilissima, mentre l'avrebbero fatta inutile e poco sana, se avessero atteso solo a ricercare «l'essenza» della gravità, similmente a ciò [27] che fanno ora certi economisti (?) coi vaniloqui sul «valore» [6].

Nella Sociologia, ci siamo fermati ad alcuni elementi detti residui. Nessun dubbio che ciò sia solo un termine della serie infinita dei fatti generali, e che, tosto o tardi, si potrà andare oltre e trovare fatti anche più generali, nessun dubbio pure che ciò sicuramente accadrà, nessun dubbio ancora che tutto non si può spiegare in quel modo: anzi vi sarebbe una stridente contraddizione nell'asserire che il metodo sperimentale non giunge mai all'assoluto e nel pretendere di spiegare tutto con alcuni principi. Ma intanto – discorro per me, non per altri – vediamo che cosa da quei fatti generali si può trarre: è opera più faticosa, più modesta, tenuta più terra terra, ma eziandio molto più utile che lo andare vagando colla fantasia negli infiniti spazi che si stendono oltre all'esperienza. Ciò vale come già si disse, sotto l'aspetto scientifico, non sotto quello dello spingere gli uomini ad operare.

Se alcuno osserva che il primo è molto meno importante del secondo, dirà bene, su ciò non voglio contendere. Altri dunque si occupi dello studio che stima principale e si contenti che, fra tanti studi secondari, ce ne sia pure [28] uno di teoria logico sperimentale. Per scoprire gli elementi nel problema che ci siamo posto, cerchiamo altri fatti analoghi; ne troveremo diversi riguardo ad elementi vari. A chi attentamente osserva i fatti che giornalmente si svolgono, appaiono spiccatissimi almeno tre caratteri principali, cioè: 1.º L'affievolirsi della sovranità centrale e l'invigorirsi di fattori anarchici; 2.º Il veloce progredire nel ciclo della plutocrazia demagogica; 3.º La trasformazione dei sentimenti della borghesia e della classe che ancora governa.

Questi caratteri daranno materia a quanto dirò in appresso.

 


 

[29]

II. SGRETOLAMENTO DELLA SOVRANITÀ CENTRALE [7]

[31]

In ogni collettività umana stanno in contrasto due forze. Una, che potrebbesi dire centripeta, spinge alla concentrazione del potere centrale, l'altra, che potrebbesi dire centrifuga, spinge alla sua divisione.

Per lo scopo di questo scritto, non ci occorre risalire oltre; ma, pei lettori della Sociologia, ci sia concessa una breve digressione, diretta ad esporre i rapporti di queste forze coi residui.

Esse dipendono essenzialmente dal genere a cui ponemmo il nome di «persistenza delle relazioni di un uomo con altri uomini e con luoghi», nonchè da alcuni generi della classe detta dei «residui in relazione colla socialità».

Il crescere d'intensità dei residui delle relazioni di famiglia e di collettività affini (anche indipendenti dalla famiglia), del bisogno di società particolari, il quale spesso è in rapporto con le condizioni economiche, lo scemare del bisogno di uniformità, spessissimo in [32] rapporto coi residui di sentimenti detti religiosi, l'aumentare della entità di certi sentimenti di gerarchia, in paragone di certi altri, fanno crescere la forza centrifuga, scemare la centripeta.

Sappiamo che l'andamento dei residui segue una curva fatta a onde; possiamo quindi prevedere che di tal genere sarà pure la curva seguita dalle risultanti, cioè dalle forze centrifuga e centripeta.

Con eterna vicenda, il punto di equilibrio di queste due forze si sposta, ora da una parte, ora dall'altra, non in modo regolare e identico, ma variamente, secondo il tempo; e tali oscillazioni si manifestano con molti e vari fenomeni.

Ad uno di questi, avvenuto nel medio evo, in Europa, venne posto il nome di periodo feudale.

In Francia, tale periodo è propriamente una seconda e più ampia oscillazione, preceduta da una prima meno notevole. La monarchia dei Merovingi aveva un potere centrale importante, che si sgretolò al tempo in cui sorse il governo dei Carolingi. Questi ricostituirono un potere centrale fortissimo, che da capo si sgretolò sotto gli ultimi sovrani della loro stirpe, e che nuovamente, dopo lungo tempo, fu fatto rinascere, sotto altra forma, dai re di Francia.

[33]

Studiando, in generale, la storia di vari tempi e di vari paesi, si trovarono altri periodi analoghi, i quali, per sineddoche, prendendo la parte pel tutto, furono pure detti feudali.

Si osservò che sorgevano e poi tramontavano, ossia che erano fenomeni dinamici, e più precisamente oscillazioni.

Ciò è quanto vi è di reale nella teoria del Vico, dei «ricorsi» dei feudi; ma egli sbaglia nel dare forme

identiche alle varie oscillazioni e nei particolari, tra i quali vi sono immaginazioni che ci portano fuori del campo sperimentale.

Anche rimanendo in tal campo, innumerevoli sono le teorie a cui ha dato origine il fenomeno della feudalità in Europa. Non ho la menoma intenzione di farne la storia, non solo per ragione di spazio, ma altresì perchè sarebbe superfluo, inutile, per il fine di questo scritto; ma può giovare recare esempi che mostrino come teorie diverse nella forma, hanno, nella sostanza, alcuna cosa comune.

Il Montesquieu dà al fenomeno quella forma di evoluzione in linea retta che abbiamo notato. Egli trova, nei popoli dell'antica Germania, l'origine del vassallaggio, il quale poi, di trasformazione in trasformazione, mette capo ai feudi. Teorie di questo genere sono giunte sino a noi, e naturalmente sono preferite dai Tedeschi, perchè gli uomini sono inclinati a [34] preferire le derivazioni che meglio si confanno ai loro sentimenti. Per lo stesso motivo, autori dei popoli detti latini, accogliendo pure la teoria dell'evoluzione diretta, cercano l'origine, non più in Germania, bensì nella società romana, e risalgono al precario, alla clientela. Di reale in queste teorie c'è la manifestazione del bisogno di società particolari e il mutamento nei residui della socialità. Ciò pure trovasi nella teoria del Falch, il quale vede nel «clan» l'origine della società feudale dei secoli XI e XII.

Buona è la parte critica della teoria del nostro Pertile, [8] non tanto la positiva. Egli scrive: «(p. 203) In fatto, anche tacendo della eterna legge dei feudi immaginata dal Vico, alla quale devono fare necessariamente ritorno le nazioni, non generarono i feudi nè le clientele dell'antico diritto romano nè i benefici militari dell'impero. Questi e quelle non hanno altro che una parziale analogia col rapporto feudale». Sta bene, ma devesi aggiungere che manifestano forze similmente operanti. «Nella clientela trovi una relazione personale di protezione o difesa, simile a quella del vassallaggio, con ossequio e servigi, la quale per altro partoriva effetti anche maggiori del vassallaggio, importando le comunicazioni del nome [35] e un diritto ereditario fra cliente e patrono [9] [differenza più di forma che di sostanza]; ma vi manca affatto l'elemento reale [su ciò vedasi Sociologia § 1039]. Invece questo, e con esso eziandio il lato militare del feudo, si ha nei benefici Imperiali, nei quali, d'altra parte, non compare punto l'elemento personale, [questa varietà di circostanze doveva farle riconoscere come accessorie, del nostro autore], ed anzi lo stesso dovere del servizio militare v'era contratto verso lo Stato, e non verso il principe [lieve differenza ove il principe è lo Stato]. Oltre di (p. 204) che, come da queste istituzioni ai feudi non v'ha continuità di tempo, così non vi può essere filiazione [giusta osservazione di un caso particolare in cui l'evoluzione non segue in linea retta]. Le sorti barbariche poi, da cui più frequente voglionsi derivati i feudi, non hanno niente di comune con essi, sia perchè sono fondi dati in piena proprietà, sia perchè non costituiscono alcun rapporto giuridico fra il re e chi li ebbe, nè a questo impongono alcuna obbligazione, nemmeno quella della milizia [giusta, ma forse alquanto eccessiva asserzione]. E non ci sono altri assegni di terre, fatti dal fisco longobardico o merovingico, che abbiano i caratteri del [36] beneficio, perchè le origini de' feudi possa farsi risalire ai tempi delle conquiste barbariche..... Dalla suesposta genesi dei feudi risulta eziandio che non furono dapprima revocabili a piacimento, quindi annui, poi vitalizi e finalmente ereditari, siccome narra il feudalista, e come credono tuttora alcuni autori».

Analoghe teorie troviamo per spiegare il fenomeno delle Trade Unions odierne. Chi, per ciò fare, risale alle corporazioni romane, chi, più discreto, si ferma alle ghilde medioevali, oppure alle associazioni di salariati di quel tempo. Nella loro storia del Trade Unionismo, i Webb giustamente rifiutano queste teorie [10]. «(p. 12) Nous somnes arrêtés assez longtemps sur ces éphémères associations de salariés et de fraternités de journaliers au Moyen Age parce qu'on pourrait prétendre, avec quelque apparence de raison, qu'elles furent les germes du Trade Unionisme. Il est assez étrange que ce ne soit pas ordinairement dans ces institutions qu'a été cherchée l'origine des Trade Unions. Pour trouver les premières (p. 13) traces de nos modernes Trade Unions, on a remonté non pas aux associations des salariés pendant le Moyen Age, mais aux associations de leurs patrons, c'est-à-dire aux Guildes des [37] métiers. La ressemblance extérieure de la Trade Union et de la Guilde de métiers a longtemps retenu l'attention des amis et des ennemis du Trade Unionisme [il solito errore dell'empirismo, che si ferma alla superficie, e non procura di scoprire, coll'analisi, le parti più costanti, meno variabili]; mais ce fut la publication, en 1870, de la brillante étude du professeur Brentano sur l'Origine des Trade Unions, qui donna corps à l'opinion courante. ...(p. 14) Et lorsque M. George Howel eut mis en tête de son histoire du Trade Unionisme une paraphrase de l'etude de M. Brentano sur les Guildes, il fut admis que la Trade Union était d'une manière encore indéfinie, sortie originairement de la Guilde de métiers.... La filiation supposée des Trade Unions aux anciennes Guildes demeure, aussi loin, du moins, que s'étend notre connaissance; sans la moindre évidence. La preuve historique est toute contraire à cette opinion». Il nostro autore inclina a vedere l'origine delle Trade Unions nel «(pag. 40) divorce du travailleur et de la propriété des moyens de productions»; ma, con molto senno, soggiunge tosto: «(p. 42) Nous ne prétendons pas que le divorce fournisse à lui seul une explication complète de l'origine des Trade Unions».

Men che mai si potrebbe cercare tale origine in teorie sociali; piuttosto accade l'inverso. [38] Similmente le teorie sulla feudalità sono state piuttosto la conseguenza che la causa della feudalità; e lo stesso si può dire delle teorie sul potere regio, che furono la conseguenza piuttostochè l'origine dello estendersi di questo potere e del declinare di quello dei feudatari. Con ciò non si nega che le teorie, effetti di alcuni fenomeni, siano a loro volta causa del rinvigorirsi degli stessi fenomeni, si nega solo che ne siano la causa unica, o anche solo principale, o maggiormente importante. Perciò ancora non si rifiuta, anzi si accoglie l'opinione che i miti, di cui il Sorel ben notò in particolare l'opera, abbiano efficacia per spingere gli uomini ad operare, si nega solo che facciano conoscere la realtà sperimentale.

Di tali proposizioni, lungamente dimostrate, in generale, nella Sociologia, i Webb ci narrano un caso particolare di non piccolo momento. «(p. 53)» L'action de la Chambre des Communes dans de semblables occasions n'était pas comme aujourd'hui [l'oggi di quando scrivevano i Webb è passato ed è stato sostituito da un domani diverso], influencée par une théorie consciente de la liberté du contrat.... (p. 54) Que la Chambre des Communes soit restée innocente de toute théorie générale contre l'intervention législative, longtemps encore après qu'on eût commencé le balayage des réglementations médiévales, on en trouve [39] la preuve dans la cas célèbre des tisseurs de soie de Spitalfields, où l'on revint à la vieille pratique de la réglementation industrielle..... (p. 55) Evidemment les Parlements qui votèrent le Actes de Spitalfields de 1765 et de 1773, n'avaient aucune conception de la philosophie politique d'Adam Smith, dont la ”Richesse des Nations”, qui devait plus tard être considérée comme l'évangile anglais de la liberté de contrat et de la ”liberté naturelle”, fut publié, en 1776. A la même époque de telles lois étaient devenues si exceptionnelles que, quand le chef-d'œuvre d'Adam Smith (p. 56) tomba dans les mains des hommes politiques contemporains, il dut paraitre non pas tant une vue nouvelle de l'économie industrielle que la généralisation explicite des conclusions pratiques auxquelles l'expérience les avaient déjà maintes fois conduits. Vers la fin du siècle, les classes gouvernantes qui avaient trouvé dans la nouvelle politique industrielle une source d'énormes profits pécuniaires, s'emparèrent avec empressement de la nouvelle théorie économique pour en faire une justification intellectuelle et morale de cette politique». Proprio ciò che fanno ora, avendo ognora solo la teoria che a lor può giovare; allora si valevano della teoria liberale, ora si valgono della sindacalista, domani si varranno di qualsiasi altra la potrà sostituire.

[40]

A. Lanzillo [11] ha pure veduto che i fatti non seguiranno una via teoricamente fissata ora dal sindacalismo, ma che invece questo produrrà le teorie. «(p. 269). Le nazioni europee avranno da risolvere il problema di essere guerriere e mercantili, democratiche e militari nello stesso tempo. Quale sarà il pratico adattamento della società sotto la spinta di due esigenze egualmente decisive, non sappiamo (p. 270). Sarà una società liberista, o un regime di vero socialismo di Stato? Sarà un esperimento nuovo di forma imprecisabile ma che imiterà in fondo il regime attuale?... Quali saranno le conseguenze politiche di queste necessità militari? Quali le conseguenze fiscali? Quali le forme ideali, morali, religiose che accompagneranno la nuova epoca?... La serie degli interrogativi è infinita... (p. 277). Il sindacalismo potrà assolvere ad un compito assai più glorioso nel contribuire a creare la nuova ideologia che è conditio sine qua non della restaurazione morale dei paesi occidentali che usciranno dalla guerra affranti e disorientati».

Altre citazioni in questo senso si potrebbero recare; basti ora questa di A. O. Olivetti [12] «(p. 2). Il sindacalismo non vuole [41] imporre alla società l'abito bello e fatto allestito dai maldestri sartori di Mosca e di Pietrogrado. È il solo motivo rivoluzionario del nostro tempo, perchè maturato ogni giorno tra l'esperienza della produzione economica: intende ad una rivoluzione organica, non aprioristica, aborre tutti i piani fantastici, simmetrici di ricostruzione».

Sollevati così, almeno in parte, i veli che ci nascondevano la realtà, torniamo ad essa.

Gli spostamenti del punto di equilibrio della forza centripeta e della centrifuga hanno le caratteristiche seguenti.

Nel periodo dello spostamento pel verso della forza centrifuga, il potere centrale, sia esso monarchico, oligarchico, popolare, della plebe, – tutto ciò preme poco – va affievolendosi; ciò che chiamasi la «sovranità» di esso potere inclina a diventare un nome vuoto di senso, si sgretola e copre dei suoi ruderi il paese; cresce il potere di alcuni individui, di alcune collettività, subordinate ancora in teoria, acquistanti indipendenza in pratica. In conseguenza coloro che di tali categorie non fanno parte, i deboli, più non essendo protetti dal sovrano, cercano altrove la protezione, la giustizia: si danno in fede ad un uomo potente, si associano pubblicamente o segretamente con altri deboli, fanno parte di una corporazione, di un comune, di un sindacato.

[42]

Da questo stesso movimento traggono origine circostanze che vi si oppongono. Proseguendo l'evoluzione, la protezione, poco alla volta, si muta in soggezione; cresce quindi il numero degli avversari dell'ordinamento esistente, e se le condizioni sociali e principalmente le economiche sono favorevoli, cresce pure la loro forza. Scema invece quella dei molti partecipanti alla sovranità, perchè, man mano che diviene in loro minore il timore del potere centrale, si fanno maggiori le rivalità, facilmente trascendenti in aperti conflitti, volgenti all'anarchia, e che sussisteranno anche quando il potere centrale tornerà a rinvigorire.

Il bisogno di protezione dei deboli è generale (2180) e si manifesta con il ricercarla presso chi ha il potere, cioè presso i vari signori, quando prevale la forza centrifuga, e presso il governo centrale, quando prevale la forza centripeta. Allorchè le circostanze volgono a favorire questo secondo periodo, un governo centrale preesistente, o nuovo tanto nella forma quanto nella sostanza, in un tempo breve, o lungo, con subitanea violenza, o con lungo lavorìo, debella l'oligarchia dominante, e torna a concentrare in sè la sovranità.

È notevole che questa trasformazione è spesso favorita da uno di quei fenomeni che diconsi «religiosi». Ciò vediamo in Europa sul finire del medio evo, in Russia al tempo di [43] Ivano detto il Terribile, al Giappone nel secolo XIX, ed in altri molti casi; nè devesi reputare coincidenza fortuita, ma è naturale conseguenza delle relazioni che ci fa conoscere l'esperienza, poichè il rinvigorirsi dei sentimenti religiosi è manifestazione di una cresciuta attività dei sentimenti a cui abbiamo posto nome: persistenza degli aggregati; i quali sono il cemento delle società umane.

I conflitti internazionali operano altresì sui movimenti, sia pel verso centripeto come per quello centrifugo. La disfatta del potere centrale in una guerra può concorrere a farlo cadere, e quindi favorisce il moto centrifugo; la vittoria può avere effetti opposti. Ma ciò non segue sempre. Se la vittoria è stata conseguita con largo aiuto, con gravi sacrifizi dei soggetti, il potere centrale può essere indebolito. Ai tempi degli eserciti ristretti, di mestiere, tale pericolo facilmente si scansava. Così poterono guerreggiare a lungo fra loro i successori di Alessandro; similmente l'Impero romano potè sussistere in uno stato di guerra quasi continuo, e le grandi monarchie moderne, in Europa, poterono procacciarsi per molto tempo il lusso di incessanti guerre, che dissanguavano i loro popoli. Invece la presente guerra mondiale, che spinse nella battaglia intere popolazioni, scosse fortemente il potere [44] centrale, tanto nei paesi vinti come nei vincitori [13].

Ebbe anche effetti non piccoli per accelerare un'evoluzione che, altrimenti, sarebbe pur seguita, ma molto più lentamente. Per non avere saputo rimanere d'accordo, da una parte la Russia, dall'altra la Germania e l'Austria-Ungheria, caddero questi imperi, detti nservatori, che, uniti, sarebbero stati invincibili, e furono sostituiti da governi detti democratici o da altri simili. Per discordie cagionate da eccessiva cupidigia e per la lunga guerra che ne fu la conseguenza, traballa ora il regime della plutocrazia demagogica ed è scosso l'intero ordinamento borghese. I suoi governanti non usarono solo della religione imperialista, ne abusarono. Se avessero fatto pace nel 1917, potevano sperare di durare più a lungo; vollero stravincere da una parte, non confessarsi vinti dall'altra, e così saranno stati artefici di una probabile rovina. I loro avversari operano saviamente lasciandoli divincolarsi invano in inestricabili difficoltà.

[45]

Molti sono gli esempi di onde simili riguardo al movimento del punto di equilibrio della forza centripeta e della centrifuga.

Se poniamo mente allo stato dell'Europa Occidentale dall'anno 774 all'anno 800, troviamo un potere centrale veramente preponderante. Carlomagno impone la sua autorità non solo ai laici ma anche alla Chiesa: nessuno nel vasto Impero ardisce ergersi contro di lui. Poi, presto muta l'aspetto delle cose e la morte dell'ultimo imperatore Carolingo, nell'899, lascia l'Europa Occidentale in stato di anarchia. Poco più di un secolo è il tempo in cui si è compiuta parte notevole dell'oscillazione del punto di equilibrio della forza centripeta e della centrifuga.

Si è voluto vedere nell'invasione dei Normanni la «cagione» del disfacimento dell'Impero Carolingo; ma, in tal caso, come va che l'invasione Saracena, ben altrimenti temibile, giovò invece a fondare tale Impero? In realtà, gli effetti dei conflitti esteri si aggiunsero, non sostituirono agli effetti delle circostanze interne.

Al principio del secolo XIX, in Inghilterra, abbiamo un punto di equilibrio pel verso della forza centripeta. Il Parlamento allora è veramente sovrano. Avrebbe mosso le risa l'opporre al suo potere quello di associazioni simili ai nostri sindacati, come sarebbe parso [46] ridicolo l'opporre al potere del glorioso Carlomagno quello di un signorotto chiuso nel suo maniero, simile a coloro che furono poi i feudatari. Oggi, è trascorso poco più di un secolo dal tempo dell'onnipossente Parlamento, che, dicevasi in Inghilterra, poteva tutto fuorchè cambiare un uomo in donna, ed il suo potere è in parte svanito, si è sgretolato, ne hanno ereditato i sindacati, che trattano alla pari col Parlamento e col governo, che ne è il comitato esecutivo.

Il 10 febbraio 1920, il Lloyd George disse, ai Comuni: «Le difficoltà che si hanno per gli alloggi a buon mercato hanno origine dalla mancanza di operai e dall'opera delle Trade Unions, che non permettono di impiegare i 350.000 operai smobilitati che sarebbero capaci di fare tale lavoro». Dunque costoro, per lavorare, debbono avere il permesso dei sindacati. Il Parlamento tutelerà il loro diritto di lavorare? No; il Lloyd George prosegue: «Spetta al partito operaio di considerare che l'utilità della corporazione non deve essere preferita all'utilità nazionale». Or sono pochi anni si diceva l'opposto, e si stimava che al Parlamento, non ad associazioni private, spettasse di provvedere perchè interessi privati non prevalessero sull'interesse generale.

Si hanno conseguenze strane. In Italia, per impedire la distruzione del bestiame, si decreta [47] che è vietato consumare carne il venerdì ed il sabato; chi in quei giorni distrugge una bistecca è punito; ma se fa parte di un sindacato, a lui è lecito di distruggere impunemente l'intero bove. Proprio quando il Governo decretava tali ipocrite restrizioni accadevano in Italia scioperi agricoli; e gli scioperanti, sotto lo sguardo benevole, paterno della pubblica forza, impedivano che si desse a mangiare e a bere al bestiame, bastonavano persino il proprietario chi tentasse di ciò fare; vietavano inoltre che si potesse vendere il bestiame pel consumo.

I sudditi di Carlomagno dipendono direttamente da lui, come re dei Franchi e come Imperatore, ed a lui, come tale, giurano fedeltà. Invigorendo ed ampliando un'istituzione anteriore, egli manda i suoi missi per tutto l'Impero, [14] «affinchè diligentemente inquisiscano dappertutto ove alcun uomo si querelasse per ingiustizia a lui fatta da altri»; e vuole che non si pieghino «per adulazione, per premio, per alcun vincolo consanguineo, o timore dei potenti». In un altro capitolare si legge: [15] «Se per caso alcun vescovo o conte trascurassero il proprio ufficio, siano corretti per [48] l'ammonizione di questi (dei Missi), e tutto il popolo sappia ad essi essere imposto che chiunque, per negligenza, od incuria, o difetto di potere del Conte, non potè ottenere giustizia, possa querelarsi primieramente presso di loro, e coll'aiuto loro ottenere giustizia; e quando alcuno a noi, indotto da necessità, avrà ricorso, ad essi possiamo dare mandato di definire la causa».

Sotto i successori di Carlo Magno, ci sono ancora dei missi dominici, ma il loro potere e la loro importanza van man mano scemando e finiscono in niente. Carlo il Calvo minaccia ancora di inviare chi faccia obbedire la proibizione sua di edificare nuovi castelli, ma è minaccia vana, ed i castelli cresceranno ognora di numero e di forza. Le piccole sovranità locali s'innalzano sulle rovine della sovranità centrale.

Bisogna avere cura di non confondere lo stato di fatto e lo stato ideale, legale, per indicarlo con un termine moderno. In Francia, l'autorità di fatto del re sparisce all'avvenimento del Capeto, l'autorità ideale sussiste sempre, si salva dalle burrasche della feudalità, e serve poi a giustificare e a rinvigorire la rinascenza dell'autorità di fatto. Molte teorie pongono un rapporto inverso, vogliono che l'autorità ideale sia stata origine, «causa» della nuova autorità di fatto, ma sono inquinate [49] dall'errore che sta nel volere a priori spiegare i fatti colle idee; mentre l'esperienza insegna che spessissimo le idee sono conseguenze dei fatti.

Il progresso della feudalità ha alcunchè di simile al progresso dei sindacati nostri; lo studio di questo, che segue sotto i nostri occhi, giova per meglio intendere quello, più remoto e meno noto; viceversa, il poco che del fenomeno passato sappiamo non è inutile per acquistare chiari concetti del moderno.

Colla restrizione che, solo per comodo di esposizione, è lecito sostituire trasformazioni discontinue alle continue, possiamo accettare le divisioni fissate dai Webb, per la storia delle Trade Union. Come è ben noto, sono le seguenti: Dal 1799 al 1825, conflitto per la vita. Dal 1829 al 1842, periodo rivoluzionario. Dal 1843 al 1860, nuovo spirito e nuovo modello. Dal 1860 al 1875 la Giunta ed i suoi alleati. Dal 1875 al 1889, l'antico ed il nuovo unionismo. Dal 1892 al 1894 il mondo delle Trade Union.

Occorre aggiungere che l'ultimo periodo seguita sino al principio della guerra mondiale, e che dopo la fine di questa principia un nuovo periodo, il quale potrebbe essere quello della vittoria del Sindacalismo. In ogni modo il progresso è certo e considerevole; ed inoltre è generale, osservandosi pure in altri paesi.

[50]

Siamo giunti a tanto che, rispetto al potere centrale, tra la forma e la realtà dell'ordinamento, c'è un distacco che va facendosi ognora maggiore.

Il Fustel de Coulanges ha confutato la teoria secondo la quale gli articoli di Kiersy, nell'anno 877, sarebbero stati il punto di origine della Società feudale [16]. La sua dimostrazione pare buona pel punto di trasformazione dello stato ideale, mancante pel punto della trasformazione di fatto. Egli stesso lo riconosce, [17] scrivendo: «(p. 473) Maintenant que notre analyse a ramené les articles de Kiersy à leur veritable sens, il importe de voir s'ils n'ont pas eu, ainsi qu'il arrive quelquefois, une portée plus grande et plus (p. 474) générale que celle que leur auteur voulait leur donner [direbbesi meglio: del senso letterale]. Notons d'abord les usages et les pratiques qui y sont [51] contenus. Nous ne parlerons pas de l'art. 1er qui marque la grande place que l'église s'est faite dans l'état [al presente la Chiesa è sostituita dal socialismo, specialmente dal socialismo trasformista]. Il n'est pas d'ailleurs une innovation. Nous ne dirons rien non plus sur quelques articles, tels que le 2, le 5, les n. 18 à 22, où Charles le Chauve, tout en parlant en maitre, laisse voir sa crainte de ne pas être obéi [similmente Parlamenti e governi nostri mettono fuori leggi e decreti, pur sapendo che poco o niente saranno obbediti dai sindacati. Per esempio, vietano a coloro che hanno pubblico ufficio di fare sciopero, e i sindacati di tale divieto non si curano. Quando avviene lo sciopero, fanno la voce grossa, minacciano di destituzione gli scioperanti, che ridono di questo spaventa passeri. Fanno codici e leggi per tutelare la proprietà privata, e la lasciano manomettere dai sindacati; anzi, come colui che, caduto da cavallo, esclamò: volevo scendere, si studiano di dare forma legale o pseudo legale alla seguita usurpazione]. Nous n'insisterons pas sur le 18, par lequel le roi éprouve le besoin de rappeler aux comtes qu''ils sont des fonctionnaires [proprio ciò che dicono i governi nostri ai ferrovieri, che se ne curano meno ancora di quanto i grandi di Carlo il Calvo si curarono degli ammonimenti del loro signore] et qu'ils ont des devoirs d'administrateurs [52] et de juges, comme s'ils avaient oublié ces devoirs; il semble que les missi eux mêmes soient portés à négliger les leurs [e i nostri magistrati?|. L'article 4 et la réponse qui y est faite par les grands méritent une attention particulière. On y voit le roi et les fidèles prendre des engagements les uns envers les autres [proprio ciò che segue ora nei trattati di pace tra i governi e potenti sindacati, come sarebbero quelli dei minatori in Inghilterra, dei ferrovieri, un poco dappertutto]. Più lungi, c'è un'altra analogia collo stato nostro. «(p. 474) Le roi y prononce encore le mot ”obéissance”; mais il est visible qu'il ne s'agit plus de cette obéissance générale, obligatoire, supérieure aux volontés, que des sujets doivent à un roi dans un état monarchique [e alle assemblee legislative in una repubblica]. Il s'agit seulement de celle qu'un homme doit à celui à qui il l'a promise [di quella, direbbesi oggi, che un sindacato deve al governo col quale ha fatto un trattato di pace, e solo finchè ad esso piace di rispettare questo trattato]». «(p. 475) Ce qui est curieux ici, c'est la simplicité avec laquelle ces idées sont exprimées comme vérités connues, banales, naturelles, incontestées». Similmente ora, il trattare da pari i sindacati col governo pare cosa naturale e sulla quale non c'è da contendere. I ferrovieri, pagati dallo Stato, rifiutano di trasportare sulle [53] ferrovie, proprietà dello Stato, soldati e carabinieri [18]. Se non pienamente nel fatto, al meno nei concetti, appare qui un ordinamento analogo a quello dell'immunità, nel medio evo. I ferrovieri stimano, sia pure in modo non ancora preciso, che il potere del Governo centrale si fermi ai confini del loro dominio, il quale si estende sui trasporti mediante ferrovie. Opinioni più o meno analoghe si fanno strada in altri sindacati.

Sicuri indizi dello sgretolarsi del potere centrale è la facoltà di sottrarsi alla sua giustizia; e del suo risorgere, l'obbligo di assoggettarvisi. Anche quì, lo stato di fatto precede lo stato ideale ed il legale, nei quali solo poco alla volta va trasformandosi.

Oggi vediamo appunto seguire una di queste trasformazioni. L'«immunità» dei sindacati non ha ancora raggiunto forma precisa, [54] come l'aveva, sotto i Carolingi, l'immunità della Chiesa e dei laici, ma va costituendosi a grado a grado. In molti casi, di cui il numero e l'importanza crescono ogni giorno, i sindacati, consenziente parte dell'opinione pubblica, non ammettono che si dia esecuzione a leggi e a regolamenti.

Se allo Stato fosse imposto di annullarli, si raggiungerebbe lo scopo per una via che, almeno nella forma, rispetterebbe il potere del governo centrale, ma se si tiene la via di non curarsi delle sue decisioni, si distrugge, anche nella forma, il fondamento della sua sovranità. Gli scioperi detti di «solidalietà» dimostrano come, di fronte ad essa, si erge una lega di piccole sovranità particolari, miranti all'indipendenza.

Ogni evento, spesso di poco o nessun momento può dare occasione alla resistenza e all'offensiva dei sindacati e delle loro leghe [19].

[55]

In Francia, bastò che, nel febbraio 1920, in virtù di un articolo del regolamento delle ferrovie, fosse sospeso dall'impiego, per due giorni, un dipendente della Società Parigi-Lione-Mediterraneo, il quale aveva, senza permesso, abbandonato il lavoro, perchè i sindacati decidessero ed effettuassero lo sciopero generale dei ferrovieri. In casi simili, all'atto di volere fare osservare leggi e regolamenti viene dato il nome di «violazione delle libertà sindacali», ed è propriamente simile ad una violazione dell'immunità medioevale.

Si nota un'inclinazione a non limitare il privilegio dei sindacati ai conflitti professionali, e ad estenderlo a quelli tra i componenti dei [56] sindacati e coloro che non ne fanno parte. Quelli attraggono questi nel foro privilegiato, e se resiste il potere centrale, si minaccia e si reca ad effetto lo sciopero.

Sotto l'ordinamento feudale, il vassallo non era interamente sottratto alla giustizia del re, occorreva solo seguire la gerarchia feudale, per giungervi, ed il signore diretto non poteva rifiutare di fare giustizia o di presentare il vassallo alla giustizia del signore superiore. Analoga guarentigia ci sarà forse un giorno nel diritto sindacale, per ora manca.

Havvi una conseguenza del sorgere e progredire del presente ordinamento anarchico, alla quale per ora non si pone grande attenzione, sebbene già si manifesti in vari fatti, ed è che, se procede il principiato movimento, saranno sempre maggiori in numero ed in importanza i conflitti fra i vari sindacati, e verranno così a contrasto non solo i sindacati dei lavoratori, da una parte, e il rimanente della popolazione, dall'altra, ma altresì i vari sindacati di ciascuna categoria. [20] Analogo fenomeno si ebbe nel medio evo, nei conflitti che accaddero fra coloro che si erano divisi le spoglie del potere centrale. Sinchè questo rimane forte, i suoi [57] competitori sono tenuti uniti, o almeno non troppo disgiunti, dal comune vantaggio. Ai grandi, sotto i Carolingi, premeva più di ogni altra cosa, di sottrarsi al potere imperiale o regio, ai sindacati nostri preme, per ora di prevalere sull'autorità dei Parlamenti e su gli interessi del rimanente della popolazione. Il 27 gennaio 1920, in un'adunanza dell'Ufficio Internazionale del Lavoro, il signor Guerin avendo detto che la competenza dei Parlamenti rimaneva intera, il Jouhaut rispose che l'organizzazione internazionale del lavoro era un Parlamento economico di un genere superiore, di cui le decisioni dovevano essere solo ratificate dai vari Stati [21].

Man mano poi che va indebolendosi il potere centrale, crescono le manifestazioni della rivalità dei suoi avversari; quindi appaiono le guerre private dei feudatari Capeziani, quindi appariranno i conflitti dei futuri sindacati; e già lievi segni se ne scorgono nelle contese armata mano fra operai sindacati e crumiri, fra rossi e gialli, fra rossi e bianchi – stavo per scrivere fra ghibellini e guelfi –, che si svolgono sotto il benigno sguardo della podestà centrale, come un tempo le guerre private dei baroni, sotto l'occhio del re.

[58]

A Padova, il 18 Aprile 1920, rossi e bianchi si azzuffarono in piazza dei Signori e fu una vera battaglia fra circa cinquemila rossi e altrettanti bianchi; vi furono 15 feriti. Il potere centrale non si fece vivo per mantenere l'ordine; guardava benigno la guerra privata, come già un tempo i re feudali quella dei loro baroni.

Oggi i sindacati dei ferrovieri, della gente di mare, dei «dokers», dei minatori hanno solo di fronte il complesso amorfo del rimanente della popolazione, i sindacati più potenti ed audaci, come, per esempio, in Inghilterra la triplice alleanza, costituita dai minatori, dai ferrovieri, dai «dokers», in Francia la Confederazione generale del lavoro, soverchiando i più deboli e ritenuti; come sempre accade in casi simili, c'è un «élite» che domina, e i molti lasciano correre; ma già serpeggia fra questi un debole senso di resistenza, che potrebbe forse sparire in un prossimo avvenire, ma che certamente ricomparirà e si farà forte in un futuro più remoto.

Fra i contadini da una parte, gli operai e gli stipendiati dal governo dall'altra, appare un dissidio, notevole in Francia, pure degno di attenzione in Italia, e che può avere effetti considerevoli, i quali si soprapporranno agli altri delle contese sindacali. L'avvenire ci farà [59] meglio conoscere questo fenomeno, di cui le linee rimangono per ora alquanto incerte.

Giova ai dominanti occultare il fatto che i loro privilegi gravano tutto il rimanente della popolazione, e trovano compiacenti adulatori che asseriscono che il peso è solo sui «ricchi»; ma è errore che i fatti finiscono col palesare; e in ogni modo, trascurando le teorie, coloro che fanno le spese dei privilegi inclineranno alla ribellione; nè li tratterranno molto le melate parole, le sdolcinate e leziose prediche di quei brodoloni che, consapevolmente od inconsapevolmente avvicinandosi alle teorie Tolstoiane, vanno esortando la gente a non contrastare coi «tempi nuovi», a rassegnarsi all'«inevitabile», a credere nel Vangelo del «divino proletario», dei «sacrosanti lavoratori», a «trasformarsi per non essere distrutti»: il che è propriamente un darsi morte per scansare di averla da altri.

Tutto ciò può avere qualche effetto su una borghesia imbelle, imbecille; degenere al pari di tutte le «élites» in decadenza, ma farà poco prò cogli uomini energici della nuova «élite»; per esempio, coi seguaci di un qualche Lenine.

Quando saranno cresciuti di numero e di intensità i conflitti fra i sindacati, fra le varie parti della società, sarà necessario, se questa non si deve sfasciare nell'anarchia, di risolverli. Cercare ciò sin d'ora, poco giova, perchè [60] l'esperienza dimostra che, in generale, solo la pratica, e non una preventiva teoria, trova la soluzione di simili problemi. La teoria del reggimento parlamentare in Inghilterra seguì, non precedè la pratica, e si modificò man mano che andava trasformandosi tale reggimento. Similmente non astratte e volute teorie ma atti pratici, spesso inconsapevoli sotto l'aspetto teorico, mutarono il governo parlamentare dello Statuto Albertino nel governo presente in Italia.

Non c'è nessun motivo di credere che, riguardo a simili evoluzioni, il futuro abbia da essere diverso del passato.

Per altro, appunto per ciò, si può dire che, per risolvere il problema dell'ordinamento dei sindacati, non basterà, come credono taluni, sostituire ai Parlamenti moderni, adunanze de' delegati dei sindacati; poichè così si avrebbe solo la forma non la sostanza della soluzione.

È semplice finzione la teoria che nei Parlamenti nostri vede la rappresentazione del complesso della nazione. In realtà essi rappresentano solo quella parte che sovrasta alle altre, sia coll'arte volpina, quando prevale il primo termine della plutocrazia demagogica, sia col numero, quando il secondo termine si rinvigorisce. La massima di altri tempi, che sta all'origine dei nostri reggimenti parlamentari, secondo la quale spettava a coloro che [61] dovevano pagare i tributi lo approvarli, è ora, implicitamente od esplicitamente, sostituita dall'altra che spetta a coloro che non pagano i tributi lo approvarli e lo imporli altrui. Un tempo erano i servi «tagliabili a pietà e misericordia», oggi sono tali gli agiati; un tempo quelli dovevano con straordinari sussidi riparare le pazzie guerresche dei padroni, oggi a questi spetta tale ufficio; un tempo era severamente vietata l'emigrazione dei servi, oggi è vietata quella dei «capitali». Piccolissime oscillazioni di tal fatta si hanno anche ai tempi nostri. Prima della guerra mondiale, il governo italiano attendeva a porre ostacoli all'emigrazione dei lavoratori, che tornava in danno dei «capitalisti»; oggi volge le cure a vietare l'esportazione dei «capitali» che – dicesi – reca danno ai lavoratori. Il Depretis mandava i soldati a fare la mietitura, per proteggere i proprietari contendenti cogli scioperanti; oggi, i governi, tutelano questi anche quando impediscono colla forza che altri mieta le messi che essi vogliono lasciare marcire, per imporsi ai proprietari. Ma la teoria e la legislazione ancora non sono mutate; nelle Università si seguita ad insegnare la teoria che si insegnava al tempo del Depretis, e si cercherebbe invano nella raccolta delle leggi un atto legislativo che sancisca il mutamento della pratica.

[62]

Notevole, come indizio di tal contrasto tra la legge tuttora vigente e quella che forse la sostituirà nel futuro, ma che per ora è solo trasgressione, è un articolo del Rigola: [22] «L'affare Mazzonis..... è nuovo nella storia delle lotte fra capitale e lavoro in Italia. La Federazione Tessile esigeva dalla ditta Mazzonis – proprietaria di una mezza dozzina di opifici sparse in diverse località del Piemonte – l'osservanza delle tariffe e delle condizioni di lavoro concordate con l'Associazione Cotoniera ed in vigore presso le altre ditte [le leggi future daranno forse il diritto di ciò esigere, non lo danno le leggi vigenti]. I fratelli Mazzonis resistevano alla domanda, allegando che essi non erano tenuti ad osservare i patti conclusi con una associazione industriale della quale non facevano parte [giusto motivo secondo le leggi vigenti, vano a quanto pare nel diritto di là da venire] ..... Passano dei giorni e il conflitto non accenna a comporsi. Gli operai sono esasperati. Di fronte a tanta ostinatezza padronale [meglio direbbesi eresia della nascente religione], il prefetto di Torino crede suo dovere [secondo il nuovo diritto] di interporsi, ed invita la Ditta a colloquio per trovare una via d'accordo. Ma i fratelli Mazzonis non se ne danno per intesi, rifiutano anche lo [63] intervento del Prefetto [spesso è accaduto, in casi analoghi, che rifiutassero gli operai, ciò è lecito nel nuovo diritto, ma non l'astensione dei padroni]». Seguitano altri atti eretici dei Mazzonis, leciti secondo la legge scritta, illeciti secondo il nuovo diritto che va costituendosi. «Difatti, le maestranze cotoniere hanno approfittato della eccellente occasione loro fornita dalla testardaggine [eresia!] padronale, per spingersi sino alla conquista delle loro massime aspirazioni. Gli operai di Pont Canavese e di Torre Pellice ruppero gli indugi, si impossessarono dei due stabilimenti, vi issarono la bandiera rossa, elessero il Consiglio di fabbrica, e, senz'altro, si accinsero a gestire comunisticamente la produzione».

È ciò lecito, secondo il diritto vigente? E chi se ne cura? Non gli operai, che applicano già il diritto dell'avvenire, non il governo centrale, che bada solo a non irritare la belva che lo può divorare.

Erano lecite le usurpazioni dei baroni al nascere delle feudalità? E chi se ne curava? Non i baroni che, al diritto sostituivano la forza, non il re feudale, che non aveva tanta forza che bastasse per ottenere l'obbedienza dei baroni.

Il problema dell'attribuzione degli opifici non è solo giuridico, è anche economico, e sotto quest'aspetto si partisce ancora in due: [64] dovendosi badare non solo al possesso degli opifici esistenti, ma anche al come averne altri. Si possono togliere gli esistenti a coloro che li posseggono, ma è evidente che, ove ciò segua generalmente, nessuno ne vorrà impiantare di nuovi, quindi occorrerà escogitare qualche provvedimento perchè questi sorgano.

Seguita l'articolo, e riconosce onestamente, lealmente che gli operai operarono fuori della legge. «È vero che non vi è alcuna legge la quale obblighi gli industriali a riconoscere le organizzazioni operaie e ad accettare la intromissione governativa nei loro rapporti cogli operai; è dubbio parimenti se il rifiuto di sottostare al giudizio della Commissione di conciliazione possa giustificare, secondo il diritto vigente, il provvedimento preso dal Prefetto. Su ciò disputeranno i giuristi. Qui dobbiamo semplicemente constatare che il Prefetto, visto il contegno irreducibile della Ditta, ordinava la requisizione degli stabilimenti, affidandone l'amministrazione al Circolo di Torino dell'Ispettorato del Lavoro, il quale dovrà gestirli, dice l'ordinanza, per conto della ditta Mazzonis». Se un buon uomo porterà via l'orologio di un viandante, potrà il Prefetto, con eguale fondamento legale, requisire l'orologio ed affidarne l'amministrazione a qualche Ispettorato, che lo lascierà nelle mani [65] del buon uomo, come gli stabilimenti Mazzonis furono lasciati, in realtà, alle maestranze.

Il 14 aprile, i F.lli Mazzonis essendosi sottomessi al volere del sindacato, la requisizione dei loro stabilimenti venne revocata. Il governo centrale quindi era intervenuto, non già per imporre l'ubbidienza alle sue leggi, ma invece la trasgressione di queste: appare come distruggitore della propria supremazia.

Difficile è per un popolo civile di sussistere senza leggi: possono essere scritte, fissate dall'uso, o fermate in altro modo, ma ci debbono essere, ogni condizione di fatto finisce coll'avere la sua teoria. Può dunque essere soltanto transitorio lo stato presente, in cui la legge vigente muore, mentre la nuova non è nata, e questa dovrà pure finire col esserci. Se vincono i sindacati, sarà una legge sindacale, analoga alla legge feudale, ed avremo allora qualche documento simile alle Assise di Gerusalemme. Ciò sperano precisamente i sindacalisti, ciò non vogliono vedere i timidi loro avversari.

L'evoluzione non si fermerà in quel punto. Sempre accade che l'inacerbirsi di una forza favorisca il crescere di contrasti. Nel medio evo sorsero e prosperarono luoghi di asilo dei perseguitati servi, potrebbe anche darsi che in avvenire sorgessero luoghi di analogo asilo per i vessati «capitalisti».

[66]

Inoltre, i signori medioevali finirono collo scoprire che il massimo loro utile non era conseguito col ridurre alla miseria i propri servi; e tale scoperta, validamente posta in opera dai re, fu fonte dello estendersi della autorità di essi. Fra alcun tempo, che forse non sarà breve, perchè ancora rimangono molti capitali da sperperare nelle nostre società, finiranno alcuni potenti collo scoprire che il massimo loro utile non si consegue col rovinare i risparmiatori o anche solo scoraggiarli, e cercheranno il proprio vantaggio, senza badare alle declamazioni sulle leve dei «capitali», le imposte sul lusso, le imposte progressive, i sacrifici umanitari dei possidenti, le mortificazioni dettate dai «nuovi tempi», e ad altre simili bubbole. Coloro che hanno alveari sanno che sarebbe lor danno se togliessero tutto il miele alle api e le facessero morire di fame, e non per sentimenti «umanitari», ma per conseguire il proprio vantaggio, provvedono a mantenere questi animaletti. Pare che alcunchè di analogo stia ora seguendo in Russia, sotto il dominio dei Bolscevisti.

Fu spessissimo la necessità di procacciarsi quattrini che indebolì e anche distrusse i governi. I Comuni in Inghilterra, gli Stati Generali in Francia erano convocati da sovrani bisognosi; fatti tali principalmente dalla guerra, dalle pensioni e, nei tempi moderni, dai debiti [67] pubblici. Potevano quindi scansare bisogno e conseguente dipendenza, sol che avessero avuto forza e volere di dare un taglio in quelle spese. Così poterono operare i governi forti, giungendo sino al fallimento, almeno parziale, come accadde per la monarchia francese sotto Luigi XIV e Luigi XV, e non ardì di fare Luigi XVI, pagando colla corona e la vita tale timidità; ma se in lui mancò il volere, mancò forse anche più il potere. Questo e quello mancano pure ai nostri governi, e perciò sono in gravissimi impacci, dei quali non sanno come liberarsi, e che minacciano di trarli alla rovina. Oggi ciò giova al nuovo ordinamento sociale che spunta, domani potrebbero fatti analoghi volgersi in suo danno. La distruzione di ricchezza compiuta colla disordinata produzione e l'oppressione dei risparmiatori ha già operato in Russia, ed opererà certo, dopo un tempo più o meno lungo, in paesi ora maggiormente ricchi.

È notevole che l'ostinazione del governo di Luigi XVI non giovò nè ai pensionati nè ai creditori dello Stato, che furono poi spogliati dalla rivoluzione. Gioverà maggiormente ai pensionati ed ai creditori dei nostri governi la pertinace protezione di questi? Ciò è dubbio pei pensionati, anche più pei creditori.

Forze notevoli operanti in favore del potere centrale sono praticamente gli interessi [68] dei plutocrati, idealmente la religione dello Stato, coi suoi miti e la sua teologia. Essa si osserva in due partiti, nel rimanente molto di-. versi, cioè nei nazionalisti o imperialisti e nei socialisti di tipo Marxista, che potrebbero dirsi classici, opposti all'«anarchia», alla libera concorrenza, al sindacalismo. In entrambi questi partiti, il potere è ora affievolito. Nel primo è stato svigorito dai disinganni della guerra mondiale, da cui, se fermata a tempo, avrebbe potuto acquistare gran forza, mentre si logorò collo spingerla all'estremo. Nel secondo, si indebolì nel campo ideale, per essersi i socialisti accostati, per un effimero vantaggio pratico, ai «democratici», cooperando con essi, sotto diversi pretesti patriottici, non solo alla guerra, ma anche al governo.

Per altro, se ora le forze di tali partiti poco operano per giovare al potere centrale, potrà venir giorno, quando da capo il movimento avverrà pel verso centripeto, in cui queste forze, o meglio quelle dei successori dei presenti partiti, avranno opera efficace e notevole.

Simil avvicendarsi di fatti si osservò quando crebbe, e poi quando declinò la feudalità. Per esempio, lo scemare presente del credito dell'idealismo Marxista ha qualche analogia con quanto seguì per la dottrina dell'imperialismo dei proceres di Carlo Magno, dopo la morte del grande imperatore, come pure il prevalere [69] della terza Internazionale sulla prima o la seconda, non è senza somiglianza col prevalere della feudalità sull'imperialismo. Ma allo stesso modo che questo risorse, sotto la forma della dottrina dell'autorità regia, ben potrebbe il socialismo classico risorgere, sia pure sotto altra forma, quando declinerà il sindacalismo od altro simile ordinamento.

La fede cattolica giovò alla dottrina dell'autorità regia, come la fede umanitaria giovò al socialismo, e potrà giovare al partito nel quale si trasformerà. Il giudizio delle opere politiche e sociali non deve essere tratto, per la Chiesa, nel medio evo, dalla sua teologia, dalle derivazioni dell'ortodossia o dell'eresia, neppure dai costumi dei prelati, nè per il socialismo classico dalle sue teorie, e neppure dalle cupidigie della democrazia sociale. Altro è la fede, altro sono i sacerdoti. Riguardo poi alle derivazioni, non vi è differenza grande tra il mistero della Santissima Trinità e la teoria del plus valore del Marx, tra l'odio al gran nemico dell'umana gente, e l'odio al capitalismo. Riguardo alla sostanza, la teocrazia medioevale mirava ad impadronirsi del potere centrale, non già a distruggerlo, anzi, anche senza deliberato volere, ad esso giovò; il socialismo classico mira esso pure ad impadronirsi del potere centrale, dal quale vuole che sia ordinata tutta la vita economica, si oppone [70] all'«anarchia della produzione capitalista», nè pare dovere fare miglior viso a quella della produzione sindacalista.

Il concetto veramente puerile che, alla produzione, giovi il solo lavoratore manuale, ove potesse essere recato in pratica, la quale ipotesi è assurda, avrebbe un effetto proprio opposto a quello desiderato dai nemici dell'intelligenza e dagli adoratori del santo Proletariato; poichè tanto più rari sarebbero gli intellettuali, quanto più diverrebbero pregiati, utili, indispensabili, potenti. Questa fu principale cagione del potere dei prelati nel medio evo; quando i gentiluomini, degni precursori dei moderni spregiatori delle forze intellettuali, si davano vanto di non sapere scrivere neppure il proprio nome. Decadde la potenza della Chiesa, quando divennero più numerosi i laici colti, e specialmente quando tale coltura fu diversa da quella della teologia di allora, non troppo dissimile dalla moderna teologia proletaria.

Ma qui siamo sui confini del probabile e principia il solo possibile. Badiamo di non li varcare, scansiamo il pericolo di trascorrere anche oltre i campi del possibile e di andare vagando per gli sterminati spazi dell'immaginazione.

 


 

[71]

III. IL CICLO PLUTOCRATICO [23]

[73]

Un altro aspetto dei fenomeni presenti ci farà conoscere un altro degli elementi di cui si compongono.

Poniamo mente allo svolgimento economico e sociale delle nostre società, da più di un secolo in qua; se procuriamo di separare l'andamento medio dai vari accidenti perturbatori, possiamo riconoscere i seguenti caratteri: 1. Un aumento molto grande di ricchezza, di risparmio, di «capitale» volto alla produzione. 2. Una tale distribuzione della ricchezza che ne lascia sussistere la disuguaglianza. C'è chi ha voluto asserire che questa è cresciuta, altri che è scemata, probabilmente la norma di distribuzione è rimasta pressochè la stessa. 3. La importanza ognora crescente di due classi sociali, cioè dei ricchi speculatori, e di quella degli operai, o se vogliamo, in generale, dei lavoratori. Si vede crescere e prosperare la «plutocrazia», se si pone mente al primo di questi [74] due fenomeni, la «democrazia», se si bada al secondo; i termini plutocrazia e democrazia essendo intesi nel senso alquanto indeterminato del linguaggio volgare. 4. Una lega parziale fra questi due elementi, il chè è specialmente notevole dalla fine del secolo XIX in qua. Sebbene, in generale, speculatori e lavoratori non abbiano interamente comuni gli interessi, pure accade che parte dei primi e parte dei secondi trovino profittevole di operare pel medesimo verso, a fine di imporsi allo Stato e di sfruttare le altre classi sociali. Segue altresì che i plutocrati ottengono una simile unione, coll'astuzia, valendosi dei sentimenti (residui) che ci sono nella plebe e traendola in inganno. Per tal modo nasce il fenomeno avvertito dal volgo e dagli empirici sotto il nome di plutocrazia demagogica. 5. Mentre cresce il potere delle due classi anzidette, declina quello di due altre, cioè di quella dei possidenti ricchi od anche solo agiati che non sono altresì speculatori, e di quella dei militari; ed oramai il potere dei secondi è ridotto a ben poco. Prima della guerra, si doveva fare un'eccezione per la Germania, dove quel poco era ancora un assai, ma ora non occorre. Uno dei segni dell'intensità di tale fenomeno è l'estensione ognora crescente del suffragio elettorale, dagli abbienti ai non abbienti. Occorre notare che tra gli abbienti sono compresi molti che non sono speculatori, [75] e tra i non abbienti parecchi che hanno interessi comuni cogli speculatori, ed altri che hanno sentimenti (residui) di cui questi possono valersi, onde ad essi può giovare, e giovò spesso effettivamente scemare potere ai primi, accrescerlo ai secondi. 6. Poco alla volta l'uso della forza passa dalle classi superiori alle inferiori. Tale carattere, ed anche il seguente, sono uno degli aspetti dello sgretolamento del potere centrale. 7. Strumento efficace della plutocrazia demagogica appaiono i parlamenti moderni. Essi, nelle elezioni, prima, nelle deliberazioni, dopo, danno largo campo all'attività degli uomini aventi gran copia degli istinti delle combinazioni. Per ciò il reggimento parlamentare moderno segue in parte le sorti della plutocrazia: prospera, decade con essa; e le sue trasformazioni, dette anche trasformazioni della democrazia, si accompagnano colle vicende della plutocrazia.

I fatti che ora seguono non sono punto peculiari, e per bene intenderli occorre collocarli nelle serie storiche a cui appartengono. Ci dobbiamo sottrarre all'inclinazione di dare importanza soverchia a ciò che accade sotto i nostri occhi, togliendola a ciò di cui il passato ci lasciò memoria; dobbiamo del pari scansare l'opposto difetto, che si avrebbe presumendo di vedere nel presente una copia fedele e precisa del passato. I movimenti in parte analoghi ai [76] presenti che ci fa noto la storia non hanno un andamento uniforme pel medesimo verso, ma tutti hanno ondulazioni, ora in un senso ora in un altro, il chè non toglie che vi si possa anche riconoscere un andamento generale, intorno al quale seguono le oscillazioni. Queste nascono dall'indole stessa negli uomini, regolati principalmente, in quanto al governo, da agenti che si possono dividere in due gruppi, cioè uno che è del consenso, l'altro della forza (2251). Tra questi due poli oscilla l'ordine sociale.

Il consenso si ottiene mediante sotto gruppi di agenti, uno dei quali è la comunanza di interessi, l'altro trae origine da sentimenti religiosi, costumi, pregiudizi, ecc., corrisponde ai residui a cui, nella Sociologia, ponemmonome di Persistenza degli aggregati. Sono messi in opera spesso dalla persuasione, che si ottiene talvolta con buone ragioni, maggiormente mediante sofismi (derivazioni). A ciò corrispondono i residui che dicemmo dell'Istinto delle combinazioni.

Giova porre mente alla diversa partecipazione al governo delle due grandi categorie di cittadini: una costituita dagli agricoltori e dai possidenti di terre, l'altra dai commercianti, dagli industriali, dagli impresari di opere pubbliche, dai pubblicani, dagli «speculatori», ecc. La prima inclina quasi sempre ad accrescere [77] il potere delle Persistenze di aggregati, la seconda, dell'Istinto delle combinazioni; perciò il prevalere dell'una o dell'altra categoria dà origine a tipi ben diversi di società. Quando domina la prima, essa può mantenersi per virtù propria; quando domina la seconda, si hanno spessissimo società plutocratiche, e poichè la plutocrazia ha scarsa forza propria, conviene che volga alla plutocrazia demagogica, o alla militare. La prima è economicamente meno costosa della seconda, quando questa non eccede nelle imprese guerresche.

Spesso vi è non solo separazione ma anche opposizione tra l'attitudine a valersi della forza, e quella di ottenere il consenso. Individui eccezionali possono possederle entrambe, il maggior numero dei governanti ne ha una che è molto maggiore dell'altra; e poichè vi è una circolazione tra le varie classi sociali, questa è strettamente congiunta alle oscillazioni dell'ordinamento sociale.

Ognuno dei tipi sociali ha in sè i germi della prosperità prima, e della decadenza poi, simile in ciò agli esseri viventi [24]; e le grandi oscillazioni corrispondono a tali periodi.

Da tali nozioni, che sono solo compendio di fatti sperimentali, segue una teoria del movimento ondulatorio delle società, di cui [78] lungamente trattammo nella Sociologia, e che quindi rammenteremo ora solo in quanto fa al nostro proposito.

L'antica Roma fu una repubblica di agricoltori, che volse alla plutocrazia dopo la distruzione di Cartagine e la conquista della Grecia. Le leggi agrarie dei Gracchi miravano ad impedire tale trasformazione ed invece ad essa giovarono; il chè non è punto un fatto insolito, anzi è frequentissimo che gli uomini politici, sperando, credendo di muoversi in un senso, si muovano involontariamente, inconsapevolmente pel verso opposto. La plutocrazia demagogica romana trionfa sino ai tempi di Sulla, e da questi ai tempi di Augusto combatte contro la plutocrazia militare; la quale vincitrice, nell'alto impero, degenera presto in una burocrazia militare, simile in parte a quella dello Zarismo moderno, in Russia [25] Quella e questa ebbero termine con un grande rivolgimento sociale. Mario e Cesare ebbero alleata la demagogia e prepararono inconsapevolmente il regno di Augusto; la storia dirà se analoghe vicende avrà il governo di Lenin, e se Ivan il Terribile avrà un successore.

[79]

Il medio evo fu tempo di prevalenza delle campagne, distrutta poi, poco alla volta, dall'industria e dai commerci dei comuni, col sussidio del potere regio e della burocrazia. Nelle trasformazioni che ci conducono all'epoca moderna, appaiono vari tipi di plutocrazia.

Notevole è la prosperità straordinaria della plutocrazia inglese, alquanto simile alla romana prima della fine della repubblica. Nell'un caso e nell'altro, principale elemento della prosperità fu la parte nel governo lasciata alla categoria degli agricoltori e dei possidenti, che davano alla plutocrazia demagogica gli elementi di stabilità e di forza di cui, per propria indole è manchevole.

In Francia, l'impero di Napoleone III si appoggiò sulle campagne, pur mantenendo in limiti moderati la plutocrazia e giovandosi del militarismo, come l'impero di Augusto a Roma. L'uno e l'altro vennero ad urtare contro forze belliche forestiere; ma l'impero francese fu distrutto a Sédan, ed il romano appena scosso dalla sconfitta inflitta dai Germani alle legioni di Varo. Tale è la parte dei casi accidentali che si soprappongono alle grandi oscillazioni nascenti da forze intrinseche.

La terza repubblica francese principiò colla prevalenza delle campagne, e tosto volse alla plutocrazia demagogica, la quale giunse all'apice del potere al tempo dell'«affare Dreyfus». [80] Ma la guerra non è favorevole alle plutocrazie, e le ultime elezioni, in Francia, danno indizio di una oscillazione in senso contrario. La classe agricola si è fatta ricca colla guerra ed ha acquistato nuova importanza. In essa predominano gli agricoltori proprietari, e quindi ha caratteri che, sia pure lievemente, si avvicinano a quelli detti volgarmente conservatori. Vi è scarsa la plebe agricola, come quella dei braccianti in Italia, che chiedono l'espropriazione delle terre, e più ancora di essere pagati per lavori inutili o finti.

Il popolo francese è sempre stato bellicoso, e la vittoria ha rinvigorito alquanto il militarismo. D'altra parte sono scemati il potere e l'importanza dei socialisti, che non hanno saputo o voluto serbare fede ai propri principii, che si sono associati a governi borghesi, e tra i quali non mancano i patriottardi e neppure alcuni pescicani.

Non sappiamo se l'iniziato movimento proseguirà, nè quale risultante darà, composto collo sgretolamento del potere centrale.

In Germania, si aveva una plutocrazia militare, sussidiata dalla classe agricola, specialmente da quella prussiana, e che ora è stata disfatta dalle rivali plutocrazie occidentali.

La guerra mondiale, lasciate da parte le declamazioni patriottarde, etiche, sulla «difesa del diritto e della giustizia», sulla «barbarie» [81] dei nemici, e simili, appare, in gran parte, come un conflitto fra la plutocrazia militare e la plutocrazia demagogica, in cui intervenne la burocrazia russa; ed è quanto c'è di vero nell'osservazione dei socialisti, che la definiscono una guerra borghese.

Tutti quei governanti, fuorchè gli americani e, forse, gli inglesi, sbagliarono i conti. Il governo russo, dopo quanto era avvenuto in seguito alla guerra giapponese, avrebbe dovuto prevedere la rivoluzione, e trascurò l'ammonimento. Il governo tedesco avrebbe dovuto imparare dal Bismarck come si prepara una guerra colla diplomazia, e presuntuosamente non se ne curò. La plutocrazia francese e più l'italiana non avevano preparato la guerra a cui pure si avviavano.

Le plutocrazie venute in conflitto, prima credettero, e poi, quando a loro apparve il vero, vollero seguitare a far credere che la guerra sarebbe stata breve e poco costosa [26].Questa avrebbe servito mirabilmente i loro [82] disegni, poichè l'arte di governare sta nel sapersi giovare dei sentimenti esistenti (2247 et passim) e quelli del patriottismo erano potentissimi; ma le plutocrazie non seppero fermarsi a tempo, il chè è vizio comune di simili imprese, potevano far pace nel 1917, nel punto in cui la guerra sarebbe stata loro di utilità, non di danno [27]; invece, dalla parte dell'Intesa, vollero stravincere, dalla parte degli Imperi centrali non seppero rassegnarsi ai sacrifici indispensabili, a perdere il meno per salvare il più; ed ora tutte si divincolano in impacci inestricabili. Così fu affrettata un'evoluzione che forse in ogni modo sarebbe stata compiuta.

Le plutocrazie occidentali non intesero, come non l'intesero coloro che, non si sa perchè, sono detti conservatori, l'utilità indiretta che recava loro il militarismo tedesco ed il russo, nè come distruggendo quello, dopo che già era sparito questo, lasciavano il campo libero [83] all'avversaria demagogia. Ora vogliono correre al riparo, combattendo il Bolscevismo; ma è tardi, i rivoluzionari russi, hanno all'interno dei paesi dell'Intesa, alleati tanto più forti e pericolosi quanto maggiore è lo sgretolamento del potere centrale, rimasto ancora alla plutocrazia, che, a furia di ripieghi, tenta di mantenervisi. Essa si lasciò, in parte, trarre in errore dalle stesse deviazioni di cui si valeva per ingannare altri, per spingere e mantenere le moltitudini nelle trincee, aggiungendovi smoderate promesse che ben sapeva di non potere osservare [28]. È proprio il caso di dire che la biscia ha addentato il ciarlatano.

La plutocrazia militare della Germania è vinta e disfatta da una forza forestiera, cioè dalla plutocrazia demagogica, che si estende ora alla Germania e che trionfa interamente nei paesi dell'Intesa.

L'Italia moderna fu costituita dalla borghesia, con l'indifferenza e talvolta l'opposizione [84] delle moltitudini agrarie [29]. Volse presto il nuovo reggimento alla plutocrazia demagogica, giunta al massimo del potere, ai tempi del Depretis e poco dopo. Al solito è ora danneggiata dalla guerra, ma è tutt'altro che vinta.

In generale, la plutocrazia demagogica pare ora trionfare interamente. Forse potrà mantenersi ancora lungo tempo in Inghilterra, mediante i guadagni che le procurerà l'egemonia a cui volenti o nolenti, si piegano ora tutti gli Stati, fuorchè gli americani. Roma sfruttò il solo bacino del Mediterraneo, l'Inghilterra sfrutta gran parte del globo terrestre. Rimane da sapere se, in Inghilterra, contro la plutocrazia demagogica, sorgeranno efficaci forze interne, se non risorgerà la plutocrazia militare in altri paesi, e che darà l'incognita della Russia e dell'Asia.

Maggiori pericoli corre la plutocrazia in altri paesi europei; ma in ogni tempo ed in tutti i paesi, la troviamo ricca di espedienti per volgere in proprio vantaggio le condizioni che paiono maggiormente disperate. Cede apparentemente alle forze avversarie, col concepito [85] disegno di ritogliere coll'arte ciò che ha dovuto abbandonare alla forza: gira l'ostacolo che non può superare di fronte, e fa per solito pagare le spese del conflitto ai risparmiatori ed ai redditieri, che sono tutti buone pecore, agevoli per essere tosate. Essa ha ora escogitato infiniti ripieghi, come gli enormi debiti pubblici che ben sa di non poter pagare alla fin fine, le leve sul capitale, le imposte che stremano, esauriscono le entrate di coloro che non speculano, le leggi suntuarie, già tante volte dalla storia dimostrate vane, ed altri simili provvedimenti aventi per scopo principale di trarre in inganno le moltitudini.

In Italia, il disegno di legge dell'on. Falcioni, per il «latifondo e la concessione delle terre ai contadini» non nocerà alla nostra plutocrazia più di quanto, dopo breve tempesta, nocquero alla plutocrazia romana le leggi agrarie dei Gracchi. Maggiori danni potrebbe avere dal disegno dei Popolari, per accrescere il numero dei piccoli possidenti, se riescisse efficace, poichè in tal classe agricola stanno ora i soli avversari di cui possa temere.

Sinchè la produzione del risparmio non sarà troppo offesa, il pane sotto prezzo, gli alloggi a prezzo ridotto, e gli altri benefici che la plutocrazia largisce agli ausiliari ed ai sudditi, non le torranno di fare pingui guadagni, come ciò non tolsero, alla plutocrazia romana, le leggi [86] annonarie che ebbe prima la Repubblica e che serbò ed ampliò l'Impero.

Tali similitudini di condizioni e di provvedimenti dipendono dall'indole stessa delle cose, perciò proseguiranno pel futuro, e la decadenza della plutocrazia romana ben potrebbe, almeno in parte, essere immagine di quella sovrastante alla nostra.

È certo che siamo ora in un punto che ha strette analogie con quello in cui si trovò la plutocrazia romana sul finire della repubblica. È probabile, probabilissimo, anche per analogie con cicli osservati in altri tempi ed in altri paesi, che, essendo prossimi alla vetta, siamo perciò anche prossimi alla scesa.

Sapere ciò è poco, e si vorrebbe conoscere di più; ma meglio poco che niente; ed un poco presente non esclude, anzi prepara un più futuro. Per giungervi, solo la scienza sperimentale può esserci fidata guida.

 


 

[87]

IV. I SENTIMENTI [30]

[89]

Nel capitolo precedente abbiamo studiato un caso particolare dell'opera dei sentimenti, conviene ora che a questi, come alla parte più importante del fenomeno, si volga la nostra attenzione.

Non li possiamo conoscere direttamente, ne abbiamo solo contezza dalle manifestazioni che possiamo osservare [31]. Pel nostro studio occorre di non fermarci alla parte qualitativa dell'argomento, e di indagarne, per quanto è possibile, la quantitativa. Per quanto spetta alla scienza logico-sperimentale, l'opinione di un solo individuo può essere di gran momento; circa alla determinazione dell'equilibrio sociale, vale pressochè zero. Per la meccanica celeste, vale più l'opinione di un Newton che quella di milioni di Inglesi suoi contemporanei; per determinare lo stato economico e sociale dell'Inghilterra, conta solo l'ultima.

[90]

Una veduta anche molto superficiale della presente società ci fa conoscere alcune grandi correnti di opinioni, le quali fanno palese sentimenti ed interessi, cioè le forze che operano nell'equilibrio sociale, e che come tali debbono essere studiate, senza troppo fermarsi all'apparenza nè ai casi estremi, in cui minor parte hanno ragione ed esperienza. In questi, assumono forma di religione; nei gradi intermedi, forme metafisiche, pseudo sperimentali; comune essendo il carattere di volere giungere all'assoluto, e di non sottomettersi al contingente sperimentale.

Chi accetta e fa suoi tali pensamenti scansa le difficoltà e la pratica dello studio scientifico, e può, di tutti i fatti sociali, dare sicuro giudizio, mediante alcuni principii a priori, specialmente etici, metafisici, teologici; come sarebbe la presente «difesa del diritto e della giustizia» [32], di cui alcuni godono ora, non senza loro prò, il privilegio, simili in ciò ai Musulmani, soli seguaci della vera fede, per propagare la quale, Dio concesse loro di conquistare [91] estese regioni, pur troppo in seguito perdute; o come il «fatale andare» della democrazia, regina del mondo, e anche più l'appendice della «santità del proletariato», che ha ora tanti mai credenti, in buona o in mala fede, i quali rinnovano contro le opere dell'intelligenza gli anatemi che già furono dei primi cristiani contro la letteratura e la scienza pagane; o ancora come il patriottismo che, dopo di aver armato l'una contro l'altra vicine città: Sparta contro Atene, Firenze contro Pisa, spinse poi alla guerra le intere «nazioni», generando l'imperialismo; o infine come il sacrosanto umanitarismo, che, sotto larva ancora patriottica, già appare nei discorsi di Isocrate: poi, liberandosi almeno in parte dai veli terrestri, si mostra, come Beatrice a Dante, nei molti ma sin ora sventurati disegni di pace universale, tra i quali merita luogo eminente quello del Kant, e che ora abbiamo la ventura di potere contemplare nella costituenda «Società delle Nazioni».

Di tutte queste opinioni e manifestazioni discorreremo dal di fuori, senza volere in verun modo lodarle o biasimarle, e men che mai difenderle od offenderle, propagarle od oppugnarle; narriamo i fatti, procuriamo di conoscerne le relazioni, e basta.

In tutte le religioni si hanno seguaci aventi fede schietta e fervida, ancor buona ma più [92] mite, alquanto scadente e contrastata dallo scetticismo, solo in parte vera e aiutantesi colla finzione, interamente finita, volgente senza dubbio all'ipocrisia.

L'esserci ipocriti in una religione è argomento, per chi ragiona col sentimento, di scemarne l'importanza, e spesso di vituperarla; invece, per chi ragiona sperimentalmente, è indizio della potenza della fede, poichè si finge solo ciò che a molti è bene accetto. Sotto tale aspetto, c'è molto di vero nella novella del Boccaccio, che narra dell'israelita il quale si convertì alla religione cattolica perchè vide che non poteva essere distrutta dalle male opere dei prelati romani. Oggi, sicuro indizio della potenza della fede democratica è il vedere quanti la fingono; della decadenza della fede aristocratica, il fatto che non le rimane un solo ipocrita. Similmente, già da molto tempo si è osservato che le eresie appaiono quando una religione prospera ed è fiorente di vita, scompaiono quando decade ed è morente.

Dobbiamo dunque mettere da parte le facili censure che alle accennate religioni si muovono notando che molti le hanno come un mestiere, da cui traggono modo di sostentare la vita, e spesso ricchezze, onori, potere. Se, per esempio, un rumoroso patriottismo giovò a parte dei plutocrati, se la guerra fu fondamento alla ventura di molti e creò i nuovi [93] ricchi, non perciò si deve credere che non vi fossero invece molte altre persone che, mosse da pure idealità, si siano accinte alle opere patriottiche o guerresche, esponendo averi e vita; nè che il numero di queste sia esiguo paragonato a quello delle prime. Le grandi correnti di opinioni debbonsi quindi valutare facendo astrazione dagli accidenti degli artifizi e delle finzioni che le accompagnano.

Nelle società ognora si osservano, fra le classi sociali, manifestazioni di contrasti [33] le quali seguono la legge generale del ritmo; ora crescendo, ora scemando. La presente oscillazione ha i caratteri seguenti. Nella classe dei lavoratori, se vuolsi: dei proletari, le manifestazioni dei sentimenti di odio contro la classe degli abbienti e di coloro che sono superiori per cultura od altrimenti, crescono di intensità: giunte al massimo nei Bolscevisti, sono pure notevoli nel rimanente del mondo. Invece nella classe degli abbienti, in generale nella classe superiore, ogni manifestazione di sentimenti [94] avversi alla classe inferiore è scomparsa, ed ha, in molti casi, ceduto il posto ad adulazioni non troppo dissimili da quelle già usate pei sovrani assoluti. Da una parte si suonano le trombe e si muove all'assalto; dall'altra si china il capo, si capitola, meglio ancora si passa alla parte nemica, e si vende la propria per trenta danari. Rimane da sapere in che relazione stanno queste manifestazioni coi sentimenti.

Per le classi inferiori, può darsi che l'essere stato tolto ogni freno che, pel passato, si opponeva a tali manifestazioni, le faccia parere ora maggiori di quanto sarebbero se corrispondessero precisamente all'aumento di intensità dei sentimenti; ma anche fatta questa tara, si ha un residuo notevole. Ciò si vede molto bene in casi speciali; paragonando, ad esempio, in Toscana, i sentimenti del mezzadro, riguardo al proprietario, al presente e una cinquantina di anni fa; oppure i sentimenti, rispetto allo Stato, del piccolo impiegato governativo, d'oggi con quello dei suoi predecessori, tra i quali è ben noto nella letteratura, l'impiegato regio [95] in Piemonte. La celebre commedia: Le miserie di Monsù Travet è oggi roba archeologica. Analoghi mutamenti si possono vedere chiaramente in altre categorie di cittadini. Per gli operai delle industrie, sono noti da molto tempo, e si assegnava ad essi come causa la trasformazione della piccola industria in grande; ma l'esservene anche là dove manca tale cagione fa conoscere che essa può spiegare solo parte del fenomeno; rimane un mutamento generale in molti della classe popolare, i quali, per esprimerci col gergo moderno, sono più coscienti, più evoluti.

Maggiormente evoluti sono pure moltissimi della classe superiore, ma in senso proprio opposto a quello dei popolani, in modo che, dove questi più rigidi difensori si sono fatti della persona e degli interessi, essi si sono perduti d'animo, avviliti, sostengono pazientemente ogni ingiuria, minaccia, oppressione, solleciti solo di non irritare gli avversari, nel cui potere interamente si rimettono, baciando la mano che li fruga, affidantesi non all'ardire e alla forza, ma solo ad arti subdole, per procacciare loro vantaggio.

Dopo gli scioperi, abbandonano vilmente alle ire degli scioperanti i Krumiri di cui avevano invocato l'aiuto, facendo promesse che non mantengono. Se conseguono vittoria, temono di usarne e, per «pacificare gli animi», [96] pagano le giornate di sciopero; la quale «pacificazione» meglio direbbesi allettamento a nuovi conflitti, poichè, vadano questi a finir bene o male, gli operai non ci perdono niente.

Nella classe degli abbienti vanno spegnendosi i sentimenti della difesa personale e della proprietà, che ora sta trasformandosi in un nebuloso e precario «ufficio sociale», altri dicono «dovere sociale», facendole permutare posto col lavoro, divenuto un diritto. In alcune parti d'Italia, i lavoratori invadono le terre, vi compiono arbitrariamente lavori pressochè inutili, acquistando così il diritto di ricevere paghe a loro beneplacito, che il proprietario ha il dovere di pagar loro. Il sentimento di molti borghesi è di approvazione.

Aristotile [34], narrando degli oligarchi del suo tempo, scrive che «in alcune città giurano così: ”al popolo sarò nemico e nocerò quanto potrò”. Dovrebbesi all'opposto pensare e fingere, dicendo manifestamente nei giuramenti: ”non farò torto al popolo''». Le classi superiori hanno seguito tale consiglio, per tutto il secolo XIX ed al presente; molti veramente pensano, altri, e specialmente i plutocrati, fingono precisamente come voleva lo Stagirita.

In Francia, quando furono adunati gli Stati Generali, nell'anno 1614, il terzo Stato volle [97] accompagnarsi, sebbene in grado inferiore, al clero e alla nobiltà. Questa si sdegnò di tanto ardire, ottenne udienza del re, ed il barone Senecey, suo oratore, parlò precisamente così: «J'ai honte, Sire, de vous dire les termes qui de nouveau nous ont offensés; il disent l'ordre ecclesiastique étre l'aîné; le notre le puîné, et eux les cadets, et qu'il advient souvent que les maisons riunées par les aînés sont relevées par les cadets..... Et, non content de se dire nos frères, ils s'attribuent la restauration de l'Etat» [35]. Oggi i termini sarebbero esattamente invertiti tra i lavoratori e «capitalisti»; e quelli si sdegnano di essere paragonati a questi, non solo nel regno dei Soviet, ma anche in altri paesi.

Taccio, perchè troppo note, delle infinite discordie nelle nostre repubbliche medioevali, nelle quali rifulgeva pari ardire e fortezza nei popolani e nei nobili, sebbene anche allora inganni e frodi avessero loro posto. Esse ci porgono uno dei tanti esempi di oscillazioni dei fenomeni sociali. Scrive il Muratori [36], circa gli antichi comuni: «(pag. 142). Però per rientrare a parte del Governo, o per occuparlo tutto, continuamente (p. 143) i nobili formavano [98] delle mine, ora con felice, ed ora con infelice successo. E qui accade una singolarità che non si deve lasciare passare sotto silenzio. Cioè allorchè i Nobili ansiosamente aspiravano ai pubblici Ufizi ed onori, nè altra via scorgevano per ottenere l'intento loro, non pochi di essi usarono di fare scrivere il loro nome nelle stesse Arti (il che per lo più non era vietato), e così annoverati fra gli Artisti divenivano capaci de' pubblici impieghi, riuscendo poi loro con questa dimostrazione d'amore e di stima per la Plebe di padroneggiarsi sopra i suoi Padroni [proprio come i nostri plutocrati]. Si vergognerebbero forse i Nobili de' nostri tempi di abbassarsi cotanto; ma non erano sì delicati quei de' vecchi tempi: il loro discendere era un gradino per salire più alto». Ora siamo tornati ai tempi che il Muratori diceva vecchi; quando sarà venuta al potere una nuova élite, non è proprio impossibile che tornino i tempi che erano presenti pel Muratori.

Di maggiore importanza è anche il mutamento dei sentimenti riguardo ai tributi. Reputavasi giusto, un tempo, che gravassero tutti o quasi tutti sulle classi inferiori, ne fossero esenti o quasi esenti le superiori. Ora sono invertiti i termini; il chè, sia detto di sfuggita. mostra che buona donna sia questa giustizia, la quale mai nega il suo aiuto ai potenti. Libero dicevasi, un tempo, l'ordinamento in cui [99] coloro che pagavano i tributi li dovevano prima concedere, approvare [37]; oggi libero dicesi quello in cui i tributi sono imposti da coloro che ne vanno esenti, o quasi; la qual cosa anche mostra che il termine di libero è pieghevole come quello di giusto.

È notevole il contrasto fra sentimenti che, essendo diversi, opposti, si esprimono coi medesimi termini. Nel passato, il popolo non si opponeva tanto al principio dei tributi quanto al modo col quale su di esso gravavano; oggi, sono gli abbienti che accettano il principio adoperato per spogliarli, contentandosi di arzigogolare per sfuggire, in parte, alle sue conseguenze: mai uniti per respingerle, ma procurando ognuno di scaricare la soma sul vicino, fatti anche più deboli per tale discordia. I governi poi si muovono pel verso in cui c'è, o pare esserci, minor resistenza. Nei secoli scorsi, taglieggiavano il popolo, ora spogliano gli abbienti.

[100]

Nell'anno 1715, le finanze della monarchia francese erano in condizioni non molto diverse da quelle delle finanze di parecchi Stati presenti. Il duca di Saint- Simon [38], per giustificare il suo rifiuto della presidenza del consiglio delle finanze, scriveva che: «(p. 401). je n'y voyois que le choix de l'un de ces deux partis: de continuer et d'augmenter même autant qu'il estoit possible toutes les impositions pour pouvoir acquitter les dettes immenses, et conséquemment achever de tout écraser, ou de faire banqueroute publique par voie d'autorité, en declarant le roi futur quitte de toutes dettes et non obligé à celles du roi son aïeul et son prédécesseur, injustice énorme et qui ruineroit une infinité de familles.....». Nonostante ciò il Saint-Simon preferisce, come minor male, questo provvedimento: «(p. 404) Plus il excitera de plaintes, de cris, de désespoir par la ruine de tant de gens et de tant de familles, tant directement que par cascade, conséquemment de désordres et d'embarras dans les affaires de tant de particuliers, plus il rendra sage chaque particulier pour l'avenir». Egli stima che da tale disinganno seguiranno: «(p. 404) deux effets d'un merveilleux avantage: impossibilité au roi de (p. 405) tirer ces sommes immenses pour exécuter tout ce qui [101] lui plait.... impossibilité qui le force à un gouvernement sage et modéré, qui ne fait pas de son règne un règne de sang et de brigandages et de guerres perpétuelles.... L'autre effet de cette impossibilité délivre la France d'un peuple ennemi, sans cesse appliqué à la dévorer par toutes les inventions que l'avarice peut imaginer et tourner en science fatale, par cette foule de différents impôts, dont la régie, la perception et la diversité, plus funeste que le taux des impôts mêmes, forme ce peuple nombreux dérobé à toutes les fonctions utiles à la société, qui n'est occupé qu'à la détruire, à piller tous les particuliers, à intervertir commerce de toute espèce, régimes intérieurs de la famille, et toute justice, par les entraves que le contrôle des actes et tant d'autres cruelles inventions y ont mises....». Questa descrizione vale pel tempo nostro: e nulla c'è da aggiungere, nulla da togliere.

Altra somiglianza è che allora la facilità di far quattrini colla taglia sul popolo, con imposte varie e coi debiti fu fra le cause che trassero in rovina la monarchia francese; ed ora la facilità di far quattrini coll'imposta progressiva sugli agiati ed altre simili, coi debiti, colla carta moneta, facilità tanto grande che ormai tutta l'arte di governo pare compendiata in tali espedienti, non sarà forse estranea [102] alla rovina che minaccia lo Stato borghese [39].

Rispetto all'opera dei governi, i nostri si sono avvicinati al fallimento, pagando i debiti con carta deprezzata, ma rispetto ai sentimenti dei borghesi, sarebbe difficile di trovare fra questi chi scrivesse, o forse solo pensasse come il Saint-Simon; non certo perchè stimasse inefficace l'ammonimento per impedire alla gente di recare danari al governo, che ne fa larga parte ai nemici della borghesia, ma perchè tale ammonimento cozza coi pregiudizi e l'abito sommesso delle nostre classi di abbienti.

Essi, per spiegare e giustificare il modo che tengono al presente, hanno trovate molte scuse, parte delle quali si dispongono intorno al seguente nucleo: «Noi fummo costretti a far guerra per difenderci; ora dobbiamo pagare le spese, e perciò tutti debbono sacrificarsi».

[103]

Se, per un momento, volessimo seguire tale ragionamento, il chè per altro è inutile, perchè ha solo valore di sentimenti, non di logica, osserveremmo che la difesa è invocata da una parte e dall'altra, e che non si capisce come ci possa essere difesa senza offesa; sussidiariamente, che è certo andare oltre il vero il dare il nome di difesa al volere stravincere e dominare il globo terrestre, come al rifiutare di sottostare alle perdite necessarie per ottenere pace; dai quali disegni e intendimenti ha avuto origine il prolungarsi della guerra e la maggior parte delle sue spese.

Poi diremmo che non è vero niente che le finanze siano dissestate esclusivamente per pagare le spese di guerra. Sono tali anche per gli sperperi che i governi, desiderosi di acquistare partigiani e di ammansire avversari, fanno con sussidi vari, i prezzi politici, le opere pubbliche inutili, le spese continuate della guerra...... quando non c'è più, o non ci dovrebbe essere più, la tolleranza di ogni sorta di disordini e di ostacoli alla produzione: e per gli altri sperperi, che, complici spesso i governi, compiono le popolazioni, col darsi all'ozio, all'indisciplinatezza, con richieste smoderate, impossibili ad essere soddisfatte; coll'ostentato lusso dei nuovi ricchi, tollerato durante la guerra, perchè di essi avevano bisogno coloro che la volevano. Essi sono copia precisa di [104] Trimalcione, ma questi aveva fatto le ricchezze col commercio, non colla guerra, e le godeva fra l'abbondanza, non fra la carestia generale.

La guerra ha ridotto la produzione, e tutti, ricchi e poveri, vogliono consumare di più. Come è ciò possibile?

Per i ricchi, si va fantasticando di un supposto aumento di ricchezza recato dalla guerra e valutato da incompiute o compiacenti statistiche [40], e di moderazioni nella spesa conseguite mediante leggi suntuarie, che, per dir vero, appaiono ora inefficaci come furono pel passato.

Per i poveri, si muta in un quesito morale il quesito economico, e con tal giuoco di bussolotti si indaga ciò che dovrebbe, non ciò che può essere. Poi si ha l'Achille degli argomenti, e si dice che si potrà sopperire al consumo delle classi povere riducendo quello delle ricche. Ma è vano pensiero, perchè col poco non si può compensare il molto.

Che c'entrano, colle spese proprie della guerra, il pane sotto prezzo, il che reca ad un maggior consumo; i sussidi della disoccupazione di gente che non vuol lavorare ai prezzi [105] che comporta il mercato; le maggiori paghe ed il minor lavoro degli operai, degli stipendiati, degli artigiani, ecc.; il ristagno dei trasporti, fatti più costosi per il maggior numero, le enormi paghe, la giornata delle otto ore, l'ozio, la svogliatezza al lavoro, la negligenza, le strane pretese di coloro che vi sono addetti, i furti; lo scialare dei pescicani; la speculazione, che, sotto varie forme, si sostituisce alla produzione?

Sta bene che, in parte, tutto ciò è conseguenza indiretta della guerra, poichè dipende da mutamenti di sentimenti e da artifici di governo che da essa traggono origine, ma appunto per tal fatto, coloro che, coi loro sentimenti, interessi, azioni, danno materia a questi effetti non se ne possono scagionare, assegnandoli all'opera diretta ed estranea della guerra; altri da loro diversi possono solo fare ciò.

Osserviamo ancora che è ameno quel tutti, detto di coloro che devono sopportare i sacrifici della guerra, quando si vede che c'è chi, lavorando molto meno, guadagna molto più, chi stenta la vita, e chi dei suoi averi è spogliato; quando lo Stato, invece di essere cosa di tutti: res publica, inclina ogni giorno più ad essere cosa di una parte della popolazione: del proletariato – si dice – ma in realtà di coloro che se lo sanno pigliare; il chè, per dir vero, non è gran novità.

[106]

I governi hanno in bilancio spese per la propaganda dei prestiti; e poichè, se c'è chi paga, deve necessariamente esserci chi riceve, è certo che non tutte le prediche in favore degli imprestiti, ed, aggiungasi, in favore delle imposte, sono gratuite; altre sono compensate con onori e vantaggi di vario genere. Perciò occorre fare una tara a tali manifestazioni, per trovare i sentimenti, ma di questi rimane una parte che non è piccola, e sarebbe grave errore il credere che tutti i predicatori, od anche solo il maggior numero di essi sono mossi da interessi; cedono semplicemente a sentimenti di devozione per certi loro miti, e sono spesso i più efficaci apostoli.

L'essere accettata, anche dopo la guerra, la dittatura dei ministeri, potrebbe forse indurre a credere che ciò corrisponda a sentimenti favorevoli ad una maggior forza del potere centrale; ma la storia smentisce tale induzione, e ci mostra che spesso i governi volgenti all'assolutismo si indeboliscono [41]; ed agli uomini politici è ben nota l'utilità di una opposizione, per dare forza al governo.

Dal sin qui detto, parmi che si possa dedurre che, sotto l'aspetto dei sentimenti, la [107] parte popolare è molto superiore a quella degli abbienti. Coloro che la compongono sono più saldamente uniti, fedeli, hanno maggior coraggio, energia, abnegazione per difendere i propri ideali, senno e costanza nel procedere diritti all'ambita meta. Sono, è vero, inferiori nelle arti volpine, ma, quando volgono tempi di sovvertimenti, tale deficienza compensano colla forza.

In simili modi già, pel passato, procacciarono, e quindi probabilmente, pel futuro, procaccieranno miglior ventura alla società, recandole, dopo i danni di alcune scosse, lunga prosperità. Tale fu il seguito del medio evo in Grecia, e del medio evo dopo la caduta dell'Impero romano, tale potrebbe anche essere il seguito di un nuovo medio evo.

Per acquistare conoscenza dell'estensione e della forza dei sentimenti, si osservi l'energia e la costanza colla quale lavoratori e stipendiati hanno ora imposto la giornata delle otto ore. Si sono prefissi uno scopo raggiungibile, e senza mai piegare, uniti e fedeli, in tutti i paesi, lo hanno conseguito. Hanno lasciato gracchiare gli avversari, invocanti lo «spirito patriottico di sacrifizio», ed hanno detto: «Noi, dopo la guerra, vogliamo star meglio di prima; voi accomodatevi come volete e potete». Nessuno della classe popolare ha predicato ai compagni di lavorare di più, pel [108] vantaggio degli abbienti, come fra questi c'è chi predica di recare danari al governo, che ha così modo di largheggiare nei doni alla classe popolare ed alla plutocrazia, il chè è naturale conseguenza pel reggimento della plutocrazia demagogica. Hanno i propri Krumiri tanto la parte popolare come quella degli abbienti, ma la prima li perseguita e li odia, la seconda li scusa e spesso li onora.

Con forza pure grande di sentimenti, la parte popolare ha saputo imporre l'aumento delle paghe e degli stipendi. Non c'è in essa chi studi ogni modo di fare gravare imposte sui consorti, come c'è nella classe degli abbienti, in cui molti non hanno ancora capito che, nelle presenti circostanze, ciò che è sottratto al fisco, è sottratto ai nemici.

La parte popolare intuisce che anche coloro che si spingono ad estremi ai quali almeno, per ora, molti dei suoi non vorrebbero giungere possono essere utili alleati; e perciò, in tutti i paesi, si dimostra in generale benevola ai Bolscevisti. La parte degli abbienti non sa opporvi altro e diverso estremo; ed è veramente comico il terrore che la invade al solo nome di «militarismo». Nel passato, Cicerone la rappresenta degnamente; egli che non seppe intendere come, al tempo in cui viveva, si imponeva il dilemma tra i tumulti del foro e la forza delle legioni, e che, onestamente ma [109] vanamente, sperò un governo degli ottimati, sorretto dal favore del popolo.

Delle due forze in contrasto nella società, la popolare è ora la maggiore, e perciò traballa lo Stato borghese, e il suo potere si sgretola; la plutocrazia demagogica vede affievolirsi il suo primo termine, rinforzarsi il secondo; e si preparano oscillazioni di cui, per altro non ci è dato prevedere nè il tempo preciso nè l'estensione.

Ci asteniamo interamente di giudicare, come già dicemmo, i fatti che andammo esponendo, e quindi di dare loro lode, o biasimo, ed anche di ricercare qui che utilità, prossima o lontana, possono avere per la società; li abbiamo citati solo per procacciare di conoscere la distesa e l'intensità dei sentimenti delle parti contendenti.

Abbiamo principiato collo studiare i fenomeni alla superficie e siamo stati tratti ad alcune induzioni, poscia siamo andati più in fondo della materia, giungendo sino ai sentimenti; abbiamo così trovato una conferma delle fatte induzioni, ed abbiamo ottenuto, con grande probabilità, un concetto generale delle trasformazioni alle quali si avviano le nostre società.

 


 

[111]

APPENDICE

[113]

Dopo la pubblicazione degli articoli riprodotti in questo volume, molti fatti vennero, anche più presto di quanto potevo supporre, a confermare le fatte deduzioni, che, a loro volta, confermano le teorie esposte nella Sociologia; onde si ha come una curva continua che, dal tempo in cui fu scritta la Sociologia, giunge al presente, e pare dovere proseguire pel futuro, concedendoci così di avere di esso un qualche concetto.

Dei molti fatti accennati sarebbe troppo lungo ed anche poco utile il dare un ampio elenco; poichè, infine, ognuno da sè conta poco [42], e solo il complesso ha importanza, ma gioverà citarne alcuni pochi, come tipi della classe e dimostranti la continuità della curva. [114] Ciò faremo, adoperando, per quanto è possibile, le testimonianze di coloro che non sono favorevoli alle nostre teorie, o che almeno mostrano di ignorarle.

L'opera delle forze costanti, accennata nell'articolo I, seguitò a manifestarsi prevalente su quelle delle superficiali, che sono quasi le solo di cui vogliono tenere conto i politicanti e la buona gente che dà retta a loro. Tutti i provvedimenti escogitati per fermare il movimento che abbiamo descritto si palesarono vani.

Esempio notevolissimo è quello degli artifici coi quali il governo sperò di migliorare il cambio e il corso dei valori. Riferiamo solo uno degli ultimi episodi.

Sino dall'8 luglio dell'anno corrente, fu denunciata una «cospirazione di plutocrati» per colpire il governo, facendo rinvilire cambi e corsi. Il 22 luglio, l'on. Giolitti, o ci credesse, o stimasse utile pel bene del paese di mostrare di crederci, diceva alla Camera «Se c'è qualcuno che, coi miliardi guadagnati colla guerra, cercasse di potere influire sulla vita politica del nostro paese si inganna a partito. (Vivissimi applausi)». Un'alta autorità scientifica, cioè quella dell'on. Modigliani, confermò queste parole dell'on. Giolitti. Molti giornali approvarono; la magistratura si mosse. Si legge nella Tribuna: «Sappiamo che, in seguito ai procedimenti penali iniziati dalla Procura del [115] Re a Roma per aggiotaggio, sono state eseguite importanti perquisizioni nella capitale. Queste perquisizioni hanno portato alla scoperta di documenti dai quali emergono risultanze gravissime a carico di speculatori di borsa. È stato accertato ad esempio, che a Roma, in soli due giorni, sono stati venduti circa 9 milioni di titoli di rendita dello Stato, collo scopo palese di deprimerne i corsi.»

«Le indagini dell'autorità giudiziaria continuano e saranno eseguite ispezioni e perquisizioni in parecchie altre città d'Italia.» Infatti furono eseguite anche a Torino e a Milano. Ma, aihmè!, tutto finì come una bolla di sapone.

Tutto il buon volere dell'autorità giudiziaria non riescì a scavare fuori gli elementi di un processo.

Vediamo ora i corsi del cambio a Ginevra, e dei titoli nelle borse italiane:

22 Luglio 30 Luglio 23 Ottobre
100 lire in fr. 32.15 31.60 23.82
Rendita 3½% 72.75 71.50 66.70
Cons. 5% 75.75 74.75 68.70
Banca Commerciale 980.–– 965.–– 995.––
Credito Italiano 672.–– 667.–– 630.––
Ferrovie Merid. 443.–– 420.–– 326.––
Rubattino 661.–– 662.–– 595.––
Miniere Elba 227.–– 211.–– 132.––
Acciaierie Terni 770.–– 760.–– 545.––
Breda 217.–– 206.–– 173.––
Ansaldo 179.–– 167.–– 108.––
Ilva 148.–– 140.–– 98.––
Fiat 279.–– 271.–– 188.––

[116]

Non c'è che dire: i provvedimenti del governo hanno proprio conseguito uno splendido effetto! Ma, come le lezioni del passato non impedirono di prenderli, così questa nuova lezione non toglierà certo che si rinnovino simili errori.

La scienza sperimentale non vale pel volgo, e neppure per molti professori di Università.

Volgiamoci a considerare l'andamento generale del fenomeno economico e sociale. Esso è bene esposto, in alcune parti, nel discorso dell'on. Giolitti, nella seduta del Senato del 26 settembre 1920, se si tolgono alcune derivazioni, di cui, in generale, non vogliono o non possono fare a meno gli uomini pratici.

«L'avvento del quarto stato ha cominciato a delinearsi in Italia in modo assai energico nell'ultima parte del secolo scorso». Questo è il movimento descritto nella Sociologia, e collocato nella sua sede, nel procedere dei cicli. «È nei ricordi che negli ultimi anni di quel secolo i tentativi fatti per arrestare questo movimento ascendente del quarto stato hanno avuto conseguenze non certamente buone». Cioè: non efficaci; che, in quanto, al buono, nulla possiamo dire, se non si definisce precisamente questo termine. Così, i tentativi fatti ora dall'on. Giolitti per «restaurare l'autorità dello Stato» paiono avere avuto sin qui effetti ben poco efficaci; ma se questi siano buoni o [117] cattivi, lasciamo ad altri il decidere. «Sono movimenti sociali che si possono regolare, dirigere, non impedire in modo assoluto». Chi volesse la precisione teorica dovrebbe dire: «che si possono lievemente modificare, difficilmente impedire, poichè, per ciò fare occorrerebbe o mutare direttamente i sentimenti e gli interessi dei più, o imporre coll'uso della forza un nuovo ordinamento che operi sui sentimenti e sugli interessi, il che è pure difficile, perchè rare sono le congiunture come quelle che diedero a Roma, l'impero di Ottaviano Augusto.» Il termine «impossibile», adoperato da solo, senza le necessarie spiegazioni, induce a credere all'intervento del fato, dove c'è invece solo una dipendenza di certe condizioni e dei loro effetti. Seguita l'on. Giolitti, narrando il movimento degli anni 1901-1902, e ne dà la cagione ai miseri salari. Che egli s'inganni, si vede chiaro dal fatto che ora, con salari alti in generale, altissimi in casi particolari, accadono identici movimenti. L'accenno ai salari miseri ha uno scopo etico, quello cioè di giustificare gli scioperi. Qui non vogliamo nè giustificare nè condannare, ci basta narrare.

Ora viene una parte assai buona del discorso. «Negli ultimi anni prima della guerra, i lavoratori avevano una condizione di salari d'industria e di agricoltura avviata ad un rapido progresso.» Sono anni di prosperità della [118] plutocrazia demagogica, costituiscono il periodo ascendente della crisi, che deve poi essere seguito da un periodo discendente. «È venuta la guerra. Il movimento sociale ha avuto dalla guerra una spinta quasi vertiginosa.» Ciò è detto benissimo. Le onde del fenomeno che stavano manifestandosi poco a poco, furono fatte più brevi e più intense. «La trincea fu un campo di propaganda di idee sovversive la più efficace.» Perciò l'errore massimo della plutocrazia demagogica fu di prolungare la guerra. La pace, fatta nel 1917, avrebbe serbato i vantaggi, togliendo parte almeno dei danni che dalla guerra ebbero sentimenti ed interessi.

«Il soldato che tornava in licenza, invece di vedere i suoi concittadini compresi della solennità del momento, della necessità di sostenere in tutti i modi l'energia dei soldati, questo soldato trovava il paese in divertimenti, che non sono stati mai repressi, e fu un torto.» In tali detti ci sono due errori, che possono essere, o non essere dell'autore. Il minore è la credenza all'efficacia di leggi suntuarie, dimostrate inefficaci dalla storia. Il maggiore è di non tenere conto, almeno esplicitamente, che, non solo in Italia, ma anche negli altri paesi, la plutocrazia demagogica non potè sostenere a lungo la guerra, se non a furia d'inganni.

[119]

In Italia, inganno fu, al principio, il dirla breve e di non grave spesa; in tutti i paesi inganni furono il togliere l'asprezza dei gravami presenti, accrescendo i futuri, colla carta-moneta, gli imprestiti, il favorire una prosperità fittizia, sia dei pescicani, sia degli onesti produttori, dei salariati, infine di tutti coloro che faceva comodo avere fautori della guerra o almeno ad essa non contrari. Oggi si perseguita, o si finge di perseguitare i pescicani, ma mentre durava la guerra si tenevano cari, perchè senza di loro e di molti altri che ritraevano larghi guadagni dalla guerra, questa non avrebbe potuto prolungarsi tanto.

«Tutti i partiti, in questo periodo di tempo, fecero a gara a mettere innanzi delle promesse vaghe, indeterminate, gravissime. Si parlò largamente della terra ai contadini e delle fabbriche ai soldati: tutte parole vuote di senso per chi le diceva, ma la classe che le sentiva, considerava queste promesse come l'acquisto di un diritto.» Giustissimo; ma occorre aggiungere che simili promesse hanno seguitato ad essere fatte dopo la guerra, e che parte di esse sono accolte dall'autore stesso del discorso.

Tra le promesse maggiormente assurde, impossibili che si ripetono tuttora si possono notare le seguenti [43]. È possibile che il maggior [120] numero consumi più e lavori meno, la guerra, che distrugge ricchezze è un modo di conseguire tale effetto. È possibile togliere al piccolo numero di ricchi e di agiati di un paese quanto occorre per fare agiato il maggior numero di cittadini, anzi tutti; e senza che, consumando nel presente quanto dovrebbe servire alla produzione futura, questa ne scapiti. Si farà crescere la produzione, o almeno non si farà scemare, con gli innumerevoli impacci fiscali o semplicemente capricciosi posti a tutto l'ordinamento economico, col perseguitare, stremare, distruggere il capitale privato, senza almeno provvedere a costituire il capitale socialista che ne deve fare le veci, con le commissioni interne, il controllo, gli scioperi continui, la svogliatezza al lavoro, le invasioni di fabbriche, di terre, di case, di navi; colla mancanza ognor crescente della sicurezza degli averi e delle persone. Gli Stati seguiteranno a pagare regolarmente gli interessi degli enormi debiti contratti e che stanno contraendo, e li pagheranno, non già con moneta fittizia, ma in buona moneta, di valore eguale al nominale. Coll'affondare ogni giorno più nella melma dei debiti e delle distruzioni di ricchezza, giungeranno alla desideratissima meta di una prosperità economica sin ora mai più veduta. Per compiere tale miracolo, taluni si affidano ai sacri destini della Patria, altri alla santa Democrazia, [121] al santissimo Progresso, al divino Proletariato, il quale, solo perchè impeditone dalle male opere del Satana capitalista, non ha potuto ora fare lieta, in quel modo, la Russia.

Tali asserzioni sono proprio il contrario della verità sperimentale, sono assurde sotto quest'aspetto, appartengono alla classe di menzogne, di inganni la quale fu usata durante la guerra e che seguita ad adoperarsi dopo che è venuta la pace. D'altra parte, tutto ciò può giovare, essere necessario, per ragione di tattica, per recare la gente dove da sè non andrebbe, per spingere all'assalto i partigiani, trattenere gli avversari, fare vedere la luna nel pozzo ai molti gonzi che stanno in bilico. Le promesse di beni futuri sono ottimo modo di animare all'opera; le lusinghe agli avversari possono servire ad ammansare i meno fieri e a distaccarli dagli altri; sempre mai il promettere largo e l'attendere corto fu potente arte di governo. Inoltre, il lasciare il campo libero ai prepotenti può giovare a suscitare negli oppressi sentimenti di resistenza e quindi di approvazione al governo quando questo stima opportuno di intervenire e di porre un termine alle male opere che prima aveva permesse, favorite. C'è gente che vive come intorpidita e che si sveglia solo se viene urtata, percossa. Havvene anche che si compiace nel fare opposizione ad un governo, al quale tuttavia chiede di essere [122] protetta. Dirsi socialista ed affidarsi al governo per non avere i danni del socialismo è buon modo di godere di un doppio vantaggio. Si svegliano costoro quando cessa la tutela, ma spesso è troppo tardi.

Comunque sia, l'esserci sentimenti di tal fatta impone al governo di barcamenarsi e di avere un fine palese ed uno recondito. Sono cose che si fanno ma che non si dicono. I partigiani del governo, anche se non sono essi stessi illusi, non possono certo manifestare il preparato inganno; gli avversari non possono svelare l'assurdo di promesse di cui essi pure vogliono valersi, colla sola aggiunta che, meglio del governo che combattono, sapranno recarle in atto.

In quanto all'effetto reale, occorre aspettare la fine dell'avventura, per conoscere se, in conclusione, tali operazioni saranno state utili, o nocive alla società.

Quanto dice, quanto opera un uomo di Stato non si può spesso valutare in modo assoluto, è in relazione necessaria colle circostanze in cui egli si trova, cogli ostacoli fra cui si muove.

Quindi non si può condannare un governo, pel solo motivo che fa quanto è in contraddizione con certi principii teorici, anche suffragati dall'esperienza, ma occorre indagare se, sì o no, era quanto di meglio poteva fare. Un [123] lieve accenno a questa verità si legge fra le righe del discorso dell'on. Giolitti, e forse, nè per sè nè pel paese, poteva manifestarla più chiaramente. Nasce da ciò che l'esame che andiamo facendo è principalmente di derivazioni e non giunge sino ai motivi profondi dell'operare, se non quando ciò dichiariamo.

«Durante il periodo della guerra si impiantarono, per una necessità che nessuno discute, delle grandi industrie che non avevano nessuna delle caratteristiche dei veri elementi industriali. Erano industrie che avevano un solo cliente, il quale anticipava i capitali, provvedeva le materie prime, pagava qualunque prezzo chiedevano. Questi industriali non avevano più nessuna ragione nè interesse di discutere la misura dei salari. E allora, non con la moneta deprezzata d'oggi, ma col valore della moneta pieno di allora, si sono dati dei salari che rimaneva assai difficile mantenere a guerra finita. L'aumento dei salari non era pagato dagli industriali [44]: l'industriale pagava qualunque richiesta di salari, perchè se l'operaio chiedeva il 10 per cento, l'industriale per lo più aumentava [124] del 20 per cento i prezzi delle merci che vendeva allo Stato.»

Ottimamente! Nulla c'è da opporre. Ma c'è da aggiungere. L'on. Giolitti ha descritto un caso particolare e, se vuolsi, estremo delle opere della plutocrazia demagogica, le quali, in generale, esponemmo nella Sociologia, e che seguitano ad osservarsi ora. Per dire d'un caso solo, quegli industriali che tradirono la loro classe, accettando volonterosi l'atto di imperio per comporre il conflitto metallurgico, erano mossi proprio dagli stessi motivi che operavano sugli industriali citati dall'on. Giolitti, nè diversi erano i motivi che spinsero certe banche ad offrire largo aiuto pecuniario agli operai occupanti le fabbriche; non da questi certo ma dal riconoscente governo speravano di essere pagate [45].

Veda il lettore se in questi fatti ed in altri simili seguiti ora non si ha ampia conferma di quanto già nella Sociologia sta scritto ed è ripetuto nell'articolo III di questo volume cioè che «in ogni tempo ed in ogni paese troviamo la plutocrazia demagogica ricca di espedienti per volgere in proprio vantaggio le condizioni che paiono maggiormente disperate; cede apparentemente alle forze avversarie, col concepito [125] disegno di ritogliere coll'arte ciò che ha dovuto abbandonare alla forza».

È ciò appunto che ora tenta di fare coi Consigli di fabbrica, il controllo, la «nominatività» dei titoli, ecc.

Rimane da sapere finchè questo bel giuoco potrà durare.

Tosto o tardi, la forza, proprio la forza, deciderà chi deve comandare e chi ubbidire.

I fatti accaduti e che stanno accadendo in Italia ci danno una delle numerose conferme delle conclusioni ricavate dalla storia, circa l'uso della forza, e che esponemmo nella Sociologia.

«(§ 2174) Il problema se si debba o no, se giovi o no usare la forza nella società non ha senso, poichè la forza si usa tanto da parte di chi vuole conservare certe uniformità come da parte di chi vuole trasgredirle, e la violenza di questi si oppone, contrasta alla violenza di quelli.». Invero ora il remissivo volere, la debolezza dei governanti hanno per contrapposto il fiero operare e la violenza degli avversari, fatti forti dalla viltà di coloro che ad essi potrebbero opporsi. Unica eccezione è quella del coraggio dimostrato dai nazionalisti; [46] ma sono pochi e non hanno seguito.

[126]

Si vede chiaramente che questi fatti hanno cause generali, non sono peculiari di un paese, nè di un governo; inoltre c'è continuità nel movimento, cosicchè dai fatti passati si possono prevedere i futuri.

È quanto facemmo dopo il caso dell'occupazione degli opifici Mazzonis. In fatti il movimento così principiato proseguì e si ampliò, senza che vi ponesse ostacolo un nuovo ministero, che pure, stando alle parole, manifestava l'intenzione di «restaurare l'autorità dello Stato», ma che, invece, stando ai fatti, vie maggiormente la sottomise alle prepotenze sindacali e ne lasciò proseguire lo sgretolamento.

Per altro in un punto, al senatore Dante Ferraris, che gli rimproverava di non avere impedito l'occupazione delle fabbriche, ebbe buon giuoco l'on. Giolitti, rispondendo che non aveva fatto altro che continuare l'opera cominciata dai suoi predecessori... fra cui lo stesso Dante Ferraris [47]. È questo uno dei tanti casi [127] in cui si vede come, all'opera degli uomini di Stato, sovrasti quella delle forze profonde esistenti nella società, generalmente dei sentimenti e degli interessi.

Anche le derivazioni manifestano parti costanti, che ognora si riproducono. L'on. Giolitti riprodusse appunto una derivazione notata nella Sociologia: «(§ 2147 18). Questa [la forza pubblica] non deve fare uso delle armi. Si lasci fare il” popolo”, gli scioperanti, i ribelli. Se mai – in via d'ipotesi – accadrà che compiano delitti, ci sono i tribunali per giudicarli. La forza pubblica deve solo condurli davanti al tribunale; altro ad essa non è lecito fare. In ogni modo, tali delitti, o almeno la maggior parte di essi non meritano certo la pena di morte, che invece sarebbe inflitta a chi rimanesse colpito dalle armi della forza pubblica.»

L'on. Giolitti disse «I reati individuali, come ha dichiarato e dimostrato il mio collega ministro della giustizia sono stati deferiti all'autorità giudiziaria». Dove ciò metta capo si [128] può vedere nel fatto della pirateria nel porto di Genova; e poi non ci sono le amnistie? «Ma un movimento complessivo di 500 mila operai non può formare materia di processo in sè stesso e anche sotto l'accusa di avere occupate le fabbriche, tanto più quando c'era l'esempio di tanta condiscendenza da parte del governo. Del resto ragioniamo in puro diritto. Il fatto dell'occupazione di una fabbrica da parte degli operai [l''on. Giolitti dimentica la istituzione delle guardie rosse], il fatto che operai che stanno in un locale il cui proprietario loro ordina di andar via, è una mancanza, è un reato, ma per espellere questi operai bisognava infliggere la pena di morte, e vi pare che questa sarebbe stata adeguata alla mancanza commessa?»

Questa derivazione principia a diventare stantia; sarebbe bene sostituirla con altra più fresca. Se mettesse conto di discuterla, si potrebbe osservare che essa prova troppo, poichè ad essa si può dare la forma: «La pena di morte è abolita in Italia, dunque non devesi mai usare la forza pubblica contro i delinquenti, correndo il pericolo di infliggerla.» E se, lasciando le quistioni di forma, veniamo ai fatti, si può osservare che, per scansare il pericolo di «infliggere la pena di morte», si è permesso a certe persone di armare guardie rosse, istituire tribunali, infliggere la pena di morte ad [129] innocenti cittadini, ai quali non ridaranno la vita nè le derivazioni e neppure i processi che si faranno ai loro assassini, o se vuolsi adoperare un eufemismo: ai loro esecutori.

Oltre ad omicidi, come quello del vice-brigadiere Dore ucciso il 22 settembre dagli egregi occupanti le officine, e a molti ferimenti, sequestri di persone, ecc., giova ricordare, per le particolari loro circostanze, due fatti che ben manifestano il contrasto tra il potere che tramonta e quello che sorge; da aggiungersi quindi agli altri di cui già fu fatto cenno negli articoli di questo volume.

(La Stampa, 21 ottobre 1920): Il Chicco, arrestato a Marsiglia, «disse che lavorava come aiuto-fabbro nella fabbrica Perotti. Allorchè incominciarono i movimenti operai di Torino, egli si fece inscrivere come volontario sulla lista delle ”guardie rosse”, quantunque non appartenesse a nessun sindacato, e fu incaricato di montare la guardia davanti alla fabbrica Bevilaqua, della quale la maestranza si era impadronita. Nella sera del 22 settembre era di guardia con certi Andrea Vincenti e Giuseppe Rossi allorchè videro passare davanti alla fabbrica un individuo che essi riconobbero essere un guardiano delle carceri. L'avvicinarono e gli domandarono le carte; l'altro rifiutò di mostrarle. L'afferrarono e lo trascinarono nella fabbrica dove venne perquisito e trovato [130] possessore della carta di identità sulla quale lessero: Ernesto Scimula, guardia delle Nuove Carceri. Lo fecero salire allora al terzo piano della fabbrica, dove si trovavano riuniti operai e operaie che si erano improvvisati padroni. Il Chicco soggiunse che da quel momento la sua parte era terminata, però discese ed andò a cena. Ritornato due ore dopo, non vide più lo Scimula, ma seppe che il disgraziato era stato condannato a morte nelle seguenti tragiche condizioni: tradotto davanti ad una specie di tribunale, del quale facevano parte anche alcune donne, tra le quali erano delle giovinette, dopo un giudizio sommario, fu condannato ad essere bruciato vivo dentro un alto forno.»

«Ma i forni erano spenti.»

«Lo Scimula allora fu condotto in una strada vicina e vigliaccamente assassinato con un colpo di rivoltella. Il Chicco.... apprese allora che nello stesso giorno un altro giovane, Mario Sonzini, era stato arrestato dagli operai di una altra fabbrica ed assassinato nello stesso posto e nello stesso tempo del guardiano Scimula.»

(La Stampa, 17 ottobre 1920): «Come furono uccise le guardie Sant'Agata e Crimi nei pressi delle officine di Savigliano – ..... Il fatto si svolse alle 6.30 del giorno 23 settembre. A quell'ora le guardie regie Sirma Giuseppe, Antonio Lombardi e Sant'Agata Luigi, dopo avere passata la notte in servizio al Commissariato [131] Borgo Dora stavano rientrando alla loro caserma.

«.... Il Sirma ed il Lombardi erano in bicicletta: il Sant'Agata a piedi. Giunti di fronte alla stazione Dora, le due guardie in bicicletta proseguivano per il cavalcavia, mentre il Sant'Agata a risparmiarsi della strada decideva di oltrepassare la ferrovia sulla passerella... sui tetti delle vicine Officine di Savigliano stavano in vedetta diverse guardie rosse le quali non appena videro comparire sulla passerella il Sant'Agata, cominciarono a farlo segno ad una rapida scarica di fucileria».

Non è inutile rammentare che queste erano le brave persone che il governo lasciava operare indisturbate, per timore che, ove avesse voluto impedirne le lodevoli gesta, ed esse avessero opposto resistenza, si fosse corso il pericolo, horresco referens, di «infliggere loro la pena di morte».

Seguita la narrazione. «Giunto in via Lanzo, il Sant'Agata, vedendo che le fucilate non accennavano a cessare e che le guardie rosse lo seguivano per tentare di coglierlo,... si slanciava lungo la linea ferroviaria allo scopo di nascondersi ed attendere un momento di diminuita vigilanza per raggiungere la sua caserma.... Le guardie rosse delle Officine di Savigliano notata la scomparsa del Sant'Agata decisero di inseguirlo. Armati di moschetto 91, [132] uscirono dallo stabilimento e si posero sulle traccie.... Dove poteva essersi cacciato [il Sant'Agata]. Non lo sapevano e non pensavano si trovasse in quel momento lungo la ferrovia, ma trovarono pronte delle donne a dare delle indicazioni.... Avuta la informazione, le cinque guardie rosse corsero lungo la linea ferroviaria e vi giunsero proprio nel momento in cui il disgraziato Sant'Agata stava tentando di fuggire salendo su una delle scarpate poste lateralmente alla ferrovia. Spianarono fucili e rivoltelle e spararono. La guardia rotolò ferita giù dalla scarpata. Le cinque guardie rosse si precipitarono allora su di lui, lo afferrarono e lo trascinarono sulla via Stradella, dove, accortisi che respirava ancora, lo colpirono con altri colpi di fucile.»

Le guardie Sirma e Lombardi erano andate in caserma a chiedere soccorso. «Il maresciallo comandante la sezione, avvertito del fatto, disponeva subito perchè dieci uomini lo seguissero e tentava portarsi in via Stradella. Dalle Officine di Savigliano però si vigilava e non appena il gruppo di guardie comparve sullo stradone cominciò la scarica di fucileria. Il maresciallo ed i suoi uomini furono costretti a cercare rifugio in una casa di via Lanzo.... ma mentre stavano ripiegando, la guardia Crimi Mario veniva raggiunta da un colpo di moschetto e stesa in terra.»

[133]

Vediamo ora i giudizi che di tali fatti danno le parti avversarie.

«(Avanti) [48] Ebbene se così è, che quei giovani e quelle donne hanno fatto realmente un tribunale e condannato e mandato alla morte. In quei giovani, in quelle donne, in quella condanna, non vi è più un gruppo di individui, di delinquenti di disumani, ma vi è una classe come un corpo unico che si colpisce e si difende esasperata, forse nemmeno pienamente cosciente di sè, ma guidata da un istinto cieco di conservazione.»

(Dall'intervista di un plutocrate) [49] «Comunque siasi, le maestranze operaie di recente vollero ottenere il controllo delle fabbriche: l'occupazione delle fabbriche stesse fu attuata senza spargimento di sangue [Come si può chiamare quel liquido che avevano nelle vene il Dore, il Crimi, il Sant'Agata, il Sonzini, lo Scimula, e tanti altri?] in grazia alla politica audace del governo, il quale volle guidare gli operai a tentare il loro esperimento, perchè si accertassero da loro della impossibilità di dissociare la causa propria da quella del capitale [ed anche dell'impossibilità di bruciare viva la gente, quando i forni sono spenti].»

Si paragonino questi due giudizi, e si avrà un'aggiunta ai motivi, dichiarati nell'articolo IV, [134] pei quali pare probabile che vincerà la parte popolare. Così penetriamo sotto i veli delle derivazioni e giungiamo sino alle cause profonde.

Molti altri fatti di minore importanza si potrebbero citare per mostrare come i nuovi padroni invadono il potere giudiziario. Basti, come tipo quello delle multe inflitte nel Ferrarese. Il Tempo del 6 Luglio 1920, pubblica il seguente documento.

«”Il Sindacato vi avverte che nella riunione del 24-6- 1920, ha deliberato di multarvi di lire 500, perchè avete scaricato n. 3 birocci di fieno proveniente dal Veneto, senza darne preavviso alla sezione facchini. Ricordate che detta somma deve essere pagata prima di mettere mano al ferro per la mietitura”. Per rendere sempre più sollecita la risposta dell'interessato colpito dalla sentenza che non ammette appello, la prima era, a pochi giorni di distanza, seguita dalla seguente comminatoria: ”Si porta a conoscenza di V. S. che questo sindacato ha deliberato a riguardo del pagamento che a voi spetta verso di esso che a datare dalla presente incorrerete in una multa di lire 50 per ogni giorno di ritardo del suddetto pagamento”.»

È molto probabile che fatti analoghi accadranno quando avrà vigore il Controllo imposto ora dal governo alle industrie, se pur dura [135] e non è tosto sostituito dal trapasso della proprietà.

Fra i molti indizi della trasformazione dei sentimenti merita attenzione il seguente. A Bologna, la Camera del Lavoro requisì le uva e ne impose il prezzo. All'osservazione che, per tal modo, essa usurpava la sovranità dello Stato, rispose il segretario, giustificando da prima lo speciale provvedimento, e poscia aggiungendo: [50] «Naturalmente verrà dato alle organizzazioni operaie l'incarico di procedere al censimento dei vini esistenti nelle cantine padronali ed in quelle degli osti e dei negozianti, e sarà vietata la esportazione dei vini dalla provincia senza un lasciar passare nostro.»

«E siccome qualche maligno ha detto che noi ci occupiamo soltanto del vino, posso dare una primizia che varrà anche come smentita. La commissione suddetta sta preparando il calmiere dei combustibili; dei tessuti, calzature, biancherie ed indumenti di varia specie; utensili di cucina in smalto, vetro porcellana, ecc.; calmiere che la Commissione Provinciale non ha avuto mai il coraggio di affrontare. In ogni rione, abbiamo pronti gli organi esecutivi per tradurre in atto le decisioni che [136] saranno prese, e per la Provincia serviranno egregiamente i Comitati delle Leghe.»

«Si parla di legislazione ex lege, di invadenza di poteri, di Stato nello Stato. Perchè no? Il diritto è un problema di forza [51] – così c'insegna il prof. Orlando nel proemio al suo Diritto Amministrativo – e per forza non sempre s'intende quella del numero [52] o quella che ci sovrasta, ma può anche essere una forza morale: quella che vuole, attraverso a degli esperimenti laboriosi e difficili, trovare il giusto [53] equilibrio dei valori sociali.»

È inutile rammentare qui i molti casi di invasioni di terre, di case, di opifici, seguiti dopo che furono pubblicati gli articoli riprodotti in questo volume, perchè sono fatti troppo noti, ma gioverà forse fermarci alquanto sul fatto dell'occupazioni delle navi, perchè mostra un aspetto dell'invasione del nuovo potere nel campo della politica estera, sin ora gelosamente riservato al solo governo.

Lasciamo da parte il Cogne, catturato e mandato a Fiume; si può dire che era un caso di politica interna, sebbene a ciò si opponga [137] che le merci caricate su quella nave erano estere; ma il carattere della politica estera appare manifesto nella cattura, per opera della Federazione dei lavoratori del mare, colla complicità della Confederazione del lavoro, nel porto di Genova, delle navi russe Drusba, Soglasie e Tchernomoor. Ciò accadeva sotto il ministero Nitti; poscia, sotto il ministero Giolitti, fu ancora catturato il Rodosto, con atto definito di pirateria dall'autorità giudiziaria, che ordinò l'arresto dei colpevoli. Ciò fu stimato delitto di lesa maestà del nuovo potere. Il governo principiò col fare la voce grossa, e fece mostra di coraggio, affermando che occorreva lasciare liberamente procedere l'autorità giudiziaria. Ma, sotto la minaccia di uno sciopero generale nei porti, sfumò questo bel coraggio, e fu imposta la liberazione degli imputati, che ora sanno di potere impunemente rinnovare le lodevoli gesta prima compiute.

Questo caso è precisamente simile a quello dell'occupazione delle fabbriche Mazzonis, sotto il ministero Nitti, seguita dall'occupazione generale di opifici, sotto il ministero Giolitti. Che ci sia al governo chi non dice, o chi dice di volere «restaurare l'autorità dello Stato» è tutt'uno; tale autorità è soverchiata da forze più potenti.

Il boicotaggio dell'Ungheria fu decretato il 20 giugno dalla Federazione dei Sindacati, [138] in Amsterdam, perchè la politica interna dell'Ungheria non garbava a questi eredi della Santa Alleanza; fu sopportato con rassegnazione dai governi europei, ed ebbe termine in luglio, perchè si dovette riconoscere che all'Ungheria recava poco o nessun danno. Intanto questo fatto, lasciato impunito, potrà servire a giustificarne altri del medesimo genere, come accadde per l'occupazione degli opifici Mazzonis.

Fatto notevole è anche quello dei ferrovieri che rifiutarono di compiere i trasporti stimati contrari alla politica estera o nazionale dei sindacati; e si può aggiungere l'abbandono di Vallona imposta da questi.

In tal stato di cose, il problema che ci sarebbe ora da risolvere è il seguente: Il movimento generale osservato già da parecchi anni, fatto più intenso dalla guerra, si queterà, o seguiterà, sia pure con alternative di progresso, di riposo, di regresso, ma nel totale, in media, con sensibile progressione? Nel primo caso, proseguirà a svolgersi il ciclo di cui parte notevole già appare nel secolo XIX; nel secondo caso, verrà la società a dare di cozzo in ostacoli insuperabili [54], come, per esempio, la riduzione della produzione e l'aumento dei [139] consumi, e principierà, con o senza catastrofe, un nuovo ciclo.

Per risolvere il quesito sarebbe necessario di potere fare una statistica dei sentimenti, valutarli, conoscere come possono variare. La scienza ancora non è in grado di fare ciò con molta precisione; quindi possiamo solo ragionare grossolanamente di eventi più o meno probabili.

In favore del primo caso sta l'esempio del passato; ciò che già è accaduto può ancora accadere; ma occorre porre mente a due condizioni che esistevano allora, e che ora sono venute meno. La prima è che vi era un grandissimo numero di persone di cui i sentimenti poco erano modificati, le quali potevano dirsi di intendimenti «conservatori»; e fu di questa classe che i dirigenti si valsero, estendendo ognora il suffragio. Così operarono più volte i governi inglesi, così fecero Napoleone III, in Francia, il Bismarck, in Germania; così rinnovarono le prove i governanti italiani; ma l'ultima fallì loro, perchè non avevano badato ai profondi mutamenti che la guerra aveva recato nei sentimenti e negli interessi. Nasce quindi il dubbio che simili prove debbano pure fallire in altri paesi. Ora tale moltitudine non c'è più, è ridotta ad un numero ancora discreto, ma non tanto grande; quindi è una forza [140] sulla quale non c'è da fare molto assegnamento.

La seconda condizione è di un ammasso ingente di risparmio e di ricchezza, al quale i governi poterono largamente ricorrere, aumentando ognora le imposte, per sopperire alle crescenti spese, senza troppo danno della produzione. Ora i tributi, anche pel fatto della guerra, sono giunti ad un limite che difficilmente si potrà superare, senza restringere considerevolmente la produzione, e forse anche il prodotto reale delle imposte. Di quest'ultimo fenomeno si ha un cenno nel fatto che in parecchi paesi l'aumento delle imposte procede di compagnia al deprezzamento della moneta. Stanno dunque dissecandosi le fonti dalle quali i governi attingevano i denari necessari per soddisfare i desideri, i bisogni, le cupidigie dei partigiani, e ammansire gli avversari. Dagli oggi, dagli domani, le gravezze saranno tante che non si potranno più crescere. I bisogni della politica vengono per tal modo a sovrastare a quelli dell'economia. Così avvenne sul finire dell'Impero romano, e fu principale causa della sua rovina, così potrebbe accadere anche ora.

C'è per altro da tenere conto dello sfruttamento di estese regioni asiatiche e africane. Esso potrà specialmente giovare all'Inghilterra, agli Stati Uniti, alla Francia; poco o [141] niente all'Italia, che ha avuto solo le briciole cadute dalla lauta mensa di quegli epuloni. Perciò la politica, rinnovata da quella della fine della Repubblica romana, che tutto concede alla demagogia all'interno, coll'intento di conseguire compensi all'estero, può valere solo per quei paesi, ma non serve in verun modo per altri, come è l'Italia, pei quali vien meno lo sfruttamento di regioni forestiere.

Rimane poi un'incognita, ed è come si potrà fermare l'equilibrio fra queste due specie di paesi, e se non verranno necessariamente in conflitto.

Potrebbe essere questo uno dei modi col quale avverrebbe la catastrofe dopo la quale si avrebbe un nuovo ciclo.

 


 

Endnotes

[1] Pubblicato il 5 Maggio 1920.

[2] Ciò si farà ponendo semplicemente dentro parentesi i numeri dei paragrafi della Sociologia ai quali si rimanda.

[3] Vedasi, nella Sociologia i §§ 2238, 2548 (B-2).

[4] Vedasi, nell'edizione francese della Sociologia, il § 2330.

[5] La scienza delle finanze sta ora rinnovandosi in questo senso. Si vedano gli studi molto importanti del prof. Guido Sensini e del prof. Gino Borgatta, pubblicati nel Giornale degli Economisti, 1920.

[6] Per esempio, il valore, astrazione dedotta dai fatti, nulla ha che vedere col valore, entità metafisica che signoreggia i fatti e presume di spiegarli. Chi non intende ciò, nulla capisce del metodo sperimentale.

[7] Pubblicato il 20 Maggio e il 5 Giugno 1920.

[8] PERTILE: Storia del diritto italiano - vol. I.

[9] Quanto sta rinchiuso nelle parentesi quadre [ ] è dell'autore del presente articolo.

[10] SYDNEY ET BEATRICE WEBB: Histoire du Trade Unionisme – traduit par ALBERT MÉTI – Paris – 1897.

[11] AGOSTINO LANZILLO: La disfatta del socialismo – Libreria della Voce – Firenze.

[12] Pagine libere – Milano – 15 febbraio 1920.

[13] Leggesi nel Resto del Carlino del 7 marzo 1920: “La borghesia deve persuadersi che oggi essa raccoglie i frutti di una politica folle e suicida, perpetrata durante cinque anni di guerra, quando non esisteva menzogna che non fosse canonizzata in omaggio alla “resistenza„ nazionale. Resistere! Provi ora a resistere! La borghesia s'illuse di ottenere la resistenza delle classi popolari e dell'esercito spacciando ogni sorta di promesse chimeriche, col sottinteso di non mantenerle. Oggi è presa per il collo dai suoi stessi lacci„.

[14] Capitulare primum anni DCCCII sive capitula data Missis Dominicis, anno secundo imperii Cap. I.

[15] Capitularium Karoli Magni… lib. II. cap. XXVI.

[16] FUSTEL DE COULANGES: Nouvelles recherches sur quelques problèmes d'histoire – Paris 1891.

[17] In altra occasione, egli è spinto dai fatti a riconoscere un caso particolare della teoria che abbiamo esposta, sui rapporti tra i pensamenti e le opere.

Les trasformations de la royauté pendant l'époque Carolingienne – Paris – 1914. Si ragiona della contesa tra l'ordinamento sociale in Austrasia e quello in Neustria: «(p. 178) Ne supposons pas d'ailleurs que ces hommes s'inspirent d'une doctrine politique ou d'une idée pure; ce sent des intérêts et même des convoitises qui font mouvoir chacun d'eux». Proprio ciò che si potrebbe ripetere dei nostri sindacalisti, se si escludono i pochi teorici che adoperano l'immaginazione. La moltitudine vede gli alti salari, le ridotte ore di lavoro, l'ascesa in dignità ed in potere, e non ha il menomo, il più lontano concetto dello stato sociale al quale s'avvia in realtà.

[18] Alla stazione di Livorno, i ferrovieri rifiutarono di fare proseguire un treno in cui eravi il 231º fanteria. Il Governo si rassegna, imbarca i soldati sulla corazzata Duilio, che giunge la mattina del 19 aprile a Genova. Tosto gli operai metallurgici dell'Officina del molo Giano, alti e possenti baroni nostri, sospendono il lavoro, inviando a bordo una commissione per chiedere che lo sbarco non sia effettuato.

«La risposta fu negativa. Allora gli operai abbandonarono le officine, e lo sciopero si estese ai metallurgici della foce, a quelli di bordo e a quelli della Cooperativa. Più tardi scioperarono anche tutte le categorie dei lavoratori dello Scalo delle Grazie» (Idea Nazionale, 21 aprile 1920). Il Governo, non potendo disporre delle proprie ferrovie, non avendo ardire di usare la forza contro coloro che le usurpavano, fece trasportare i suoi soldati, con autocarri a Torino.

Tali fatti hanno scarso valore intrinseco; ne acquistano come indizio di sentimenti che vanno estendendosi fra coloro che sono ancora nominalmente dipendenti dal Governo.

[19] L'Idea Nazionale, 29 febbraio 1920: «Il più insignificante degli organizzatori ha capito che basta minacciare uno sciopero.... perchè, col pretesto di evitarlo, il Ministero si presti alle più inverosimili dedizioni... Così è avvenuto per lo sciopero dei tramvieri e dei ferrovieri, col quale si è ripetuto l'usata manovra; per giustificare i sessanta milioni all'anno che Mortara ha elargito in più dei centoquaranta o centocinquanta che già aveva accordato la Commissione dell'Equo Trattamento, si va ripetendo in tutti i così detti ambienti ufficiali anche le circostanze esigevano che fosse ad ogni costo impedito lo spettacolo della sospensione di un pubblico servizio in un'ora come questa [in Inghilterra, ma le ore sono diverse]. Come se realmente lo sciopero fosse stato evitato e non si fosse invece avuto ben altro spettacolo: quello dato domenica dai tramvieri che abbandonarono il servizio per farsi annunziare dai capi dei loro Sindacati il successo conseguito, e l'altro, non meno edificante dei ferrovieri lombardi, che lasciarono senza servizio lunedì e martedì tutta quella industre regione ancora non si sa perchè! Il danno e le beffe».

«Si aspetta intanto il Decreto che deve sanzionare i provvedimenti adottati dal discorde Consiglio dei ministri [e il Parlamento? È fatto solo per approvare ciò che vogliono Sindacati e ministri]. Essi sono già nelle mani degli organizzatori, che si preparano ad interpretarlo e ad esigerne l'applicazione a loro modo; gli altri cittadini invece non ne sanno niente, e molto meno i capi delle aziende tramviarie e ferroviarie, tenute deliberatamente all'oscuro di tutto».

Neppure per gli orari dei treni e delle tramvie può il potere centrale farsi ubbidire. Esso decreta un'ora legale, diversa dall'ora solare. Lasciamo stare che, nella sostanza, il provvedimento è puerile, ma sia qualsivoglia, stava nella podestà del Governo o del Parlamento di prenderlo. I Sindacati, non curandosi del Governo legale, rifiutano semplicemente di ubbidire al decreto. In proposito, l'Idea Nazionale del 16 aprile 1920 scrive: «Se l'ora legale presenta veramente vantaggi e benefici economici, perchè il Governo non fa osservare incondizionatamente la norma? E se l'ora legale non ha effetto di utilità perchè venne decretata?»

La risposta è facile: Fu decretata in virtù di un potere teorico; non è fatta osservare perchè manca il potere pratico corrispondente. Simili contraddizioni si osservarono quando la feudalità prevalse sul potere regio, ed in generale quando altri poteri prevalsero sul potere centrale.

[20] La Conferenza dei semplici operai adunata a Londra, approvava l'11 marzo 1920, un ordine del giorno in cui si dice: «Oggi, i maggiori nemici del lavoro non sono i capitalisti, sono i luogotenenti dei lavoratori. In conseguenza, la Conferenza decide doversi stabilire l'ordinamento pei Soviety, in tutto il Regno Unito».

[21] Comité national d'études sociales et politiques – 2 année – Bulletin n. 12.

[22] Il Resto del Carlino, 18 marzo 1920.

[23] Pubblicato il 5 Luglio 1920.

[24] Vedasi Sociologia. § 2541.

[25] Di ciò più ampiamente si narra nella Sociologia, e perciò qui appena si accenna. La Sociologia fu scritta prima della guerra mondiale, ed i caratteri della plutocrazia in essa descritta, trovansi precisi, e con maggior vigore nel tempo presente. Similmente il ciclo di cui in essa è dato contezza ha seguitato e seguita ad essere percorso nel modo previsto.

[26] Quando maggiormente imperversava l'opera di coloro che volevano dare ad intendere che breve e poco costosa sarebbe stata la guerra scrivevamo: “È probabile che lunga sarà la presente guerra. Si vede ora quanto grave era l'errore di coloro i quali asserivano che ormai le guerre erano fatte impossibili dall'accresciuta potenza dei mezzi di distruzione, e si vedrà che grave del pari è l'errore di coloro i quali credono la presente guerra non potere durare, per cagione delle difficoltà finanziarie e della carestia che colpirebbero parte almeno dei belligeranti„ (Giornale d'Italia, 25 settembre 1914). Quel futuro: si vedrà nel 1914 oggi, nel 1920, è diventato un presente: si vede, ed anche un passato: si è veduto.

[27] Di ciò più ampiamente scrissi nell'articolo Après quatre années de guerre, che trovò nella rivista il Coenobium di Enrico Bignami una ospitalità che difficilmente avrebbe avuto altrove; e ciò sia detto per riconoscente lode dell'imparzialità del Bignami.

Fui biasimato allora perchè dicevo che gli insegnamenti della storia concedevano di prevedere che la costituenda “Società delle Nazioni„ sarebbe stata semplicemente il velo di un'egemonia. In che senso si sono svolti e stanno svolgendosi i fatti?

In quest'articolo si ripeteva altresì la previsione già fatta che parecchi Stati avrebbero pagato i loro debiti riducendo il valore dell'unità monetaria. Si veda ora il valore in oro delle monete: dell'Austria, della Germania, della Francia, dell'Italia, ecc., e si dica se sì o no gli Stati pagano gli interessi dei loro debiti in buona, od in falsa e deprezzata moneta.

[28] Ora rinnova gli inganni, procacciando di far credere che potrà, mediante una supposta riduzione del lusso nelle classi agiate, senza colpire il capitale volto alla produzione, colla conseguente riduzione di questa, pagare le spese della guerra e provvedere le somme infinite necessarie per fare crescere salari ed ozi delle classi lavoratrici e degli impiegati dello Stato, compiere lavori economicamente inutili, ecc. Per tal modo lo sperpero della guerra si compensa, non già, con maggior lavoro e maggior produzione, bensì collo scemare quello e questa. Notisi alla sfuggita che il lusso, per ora, non è molto ridotto; pare piuttosto passato dagli antichi ai nuovi ricchi, dai risparmiatori agli speculatori.

C'è gente che abbocca a tali ami; la razza dei gonzi è immortale.

[29] Si noti, nelle provincie meridionali, l'opposizione del popolo, alla borghesia, ai “galantuomini„ violenta nel 1860 e pochi anni seguenti; più o meno rassegnata sotto il dominio della plutocrazia, rinnovantesi ora, più mite e diversa, come si manifesta nei Popolari. Vi è evidentemente una forza, compressa dal potere centrale, e che appare tosto che questo si affievolisce. Il fenomeno è di gran momento e trascende assai dalle meschine contese e combinazioni parlamentari.

[30] Pubblicato il 20 Luglio 1920.

[31] Vedasi Sociologia §§ 1767 e s., 2083.

[32] Lloyd George, il dì 8 giugno alla Camera dei Comuni, volle giustificare il suo cambiamento nelle disposizioni verso la Russia dei Soviet, e come tirava al sodo, lasciando un poco da parte le condizioni morali, disse: «Se non avesse voluto negoziare con persone colpevoli di atrocità, l'Inghilterra non avrebbe avuto, nel mondo, più di tutti gli altri Stati, relazioni commerciali con i cannibali?»

Sta benissimo ma la compagnia dei cannibali non pare essere la più confacente ai «difensori del diritto e della giustizia».

Parecchi altri uomini di Stato operarono come Lloyd George, senza usare eguale schiettezza di parole.

[33] I contrasti che stiamo ora studiando corrispondono ai residui che, nella Sociologia, costituiscono la classe IV (Residui in relazione colla socialità) e la classe V (Integrità dell'individuo e delle sue dipendenze). A questa appartengono i sentimenti di odio che tanta parte ebbero nella guerra.

La società è eterogenea; vi sono vari gradi di società parziali, per giungere ad altre più generali, ed infine all'intera umanità; quindi le parziali operano in alcun modo, riguardo alle più generali, come individui, difendendo la propria integrità ed aventi sentimenti di società generale.

Abbiamo esposto nella Sociologia le leggi generali (uniformità) dei residui. Se avessimo voluto seguire il metodo deduttivo, avremmo dovuto muovere da queste, e invertire l'ordine dei capitoli, ponendo quello sullo sgretolamento dopo questo; discorrere delle oscillazioni in generale, e poi di queste particolari che ora studiamo.

Ma tale via ha dell'artificiale. Potrà essere seguita senza pericoli quando molti altri studi avranno fatto maggiormente salde le fondamenta della deduzione. Intanto giova tenere la via induttiva, compiendo poi lo studio colla conferma delle conclusioni.

[34] ARIST. Polit. V. 7, 19 (p. 1310). Cfr. il carattere dell'oligarco, in THEOPHR., Charact., XXVI.

[35] AUG. THIERRY. Essai sur l'histoire de la formation et des progrès du Tiers Etat, pag. 153.

[36] MURATORI, Dissertazioni sopra le antichità italiane, trad. dello stesso Muratori, Roma, 1790, tomo, 3. parte prima, diss. LII.

[37] L'essere stato questo principio osservato in Inghilterra, trascurato in Francia è tra le cause delle diverse sorti, nel secolo XVIII, della monarchia in quei paesi. DE TOCQUEVILLE, L'ancien régime et la révolution: «(p. 147) Au XIV siècle, la maxime: N'impose qui ne veut, paraît aussi solidement établie en France qu'en Angleterre même. On la rappele souvent: y contrevenir semble toujours acte de tyrannie; s'y conformer, rentrer dans le droit„. Oggi è proprio l'opposto. “A cette époque on rencontre.... une foule d'analogies entre nos institutions politiques et celles des Anglais; mais alors les destinées des peuples se séparent et vont toujours devenant plus dissemblables à mesure que le temps marche». Oggi si ricongiungono.

[38] Memoires. du Duc de SAINT-SIMON, Paris, Hachette, in-18, t. VII.

[39] DE TOCQUEVILLE, loc. cit.: “(p. 149). Quand le roi entreprit pour la première fois de lever des taxes de sa propre autorité, il comprit qu'il fallait d'abord en choisir une qui ne parût pas frapper directement sur les nobles; car ceux-ci, qui formaient alors pour la royauté la classe rivale et dangereuse, n'eussent jamais souffert une nouveauté qui leur eût été si prejudiciable; il fit donc choix d'un impôt dont ils étaient exempts; il prit la taille... A partir de là, à mesure que les besoins du tresor public: croissent avec les attribution du pouvoir central, la taille s'étend et se diversifie: bientôt elle est décuplée, et toutes les nouvelles taxes deviennent des tailles„. Sostituite ai nobili, i non abbienti, alla taille, l'imposta progressiva, ed avrete la descrizione precisa del fenomeno moderno.

Molti fatti simili si osservarono nelle repubbliche greche.

[40] La sola conclusione che si può trarre da queste statistiche era già nota ad Aristotile, ed è che la ricchezza valutata in unità monetaria è cosa ben diversa dalla ricchezza valutata in beni economici. Il povero Mida se ne accorse con danno suo.

[41] Il FUSTEL DE COULANGES compendia egregiamente tali effetti, in un tempo, sotto alcuni aspetti, simile al nostro, Les trasformations de la royauté pendant l'époque Carolingienne: “(p. 665). C'est au moment même où la monarchie atteignait l'excès de la puissance et où elle avait tout mis sous elle, qu'elle se brisa„.

[42] È ciò che ripetono ognora, ad ogni nuovo fatto che succede, coloro che, inconsapevolmente o per deliberato volere, chiudono gli occhi alla realtà; e concludono, perchè ci credono o perchè a loro giova farci credere altrui, che “tutto finirà coll'accomodarsi, coll'andare bene, che bisogna avere fede nei destini della patria, nel buon senso del popolo, ecc.„. Così si ha il noto sofisma dell'uomo calvo. Tu togli un capello ad un uomo ben capelluto, con ciò non lo fai certo calvo; ripeti lo stesso ragionamento togliendogliene un altro; e via di seguito, così dimostri che gli si possono togliere tutti i capelli senza che diventi calvo.

[43] Su ciò più lungamente scrivemmo nel volume: Teorie e fatti – Firenze – Vallecchi, editore

[44] Sociologia, § 2187. A proposito dell'arrendevolezza dei padroni alle richieste degli operai, sta scritto: “... molti di essi sono speculatori, i quali sperano di rivalersi dei danni dello sciopero coll'aiuto del Governo e a spesa dei consumatori e dei contribuenti„. Le gravi cure dell'on. Giolitti non gli hanno certo concesso dl leggere ciò, quindi è solo perchè spinto dalla pratica che è giunto all'identica conclusione recata dalla teoria; e tal fatto vale come conferma.

[45] Nello specchietto a p. 115 [pag. 99 in questa edizione Manuzio] c'è un'unica eccezione al rinvilio dei titoli. Chi sa perchè?

[46] Idea Nazionale, 27 ottobre 1920: “La persistenza dell'odierna politica granaria, che vieta il necessario rialzo a tre lire del prezzo del pane, è dunque un crimine commesso per spirito d'impotenza da un governo e da una classe dirigente che soggiace vigliaccamente all'imposizione demagogica. Così è un crimine la persistenza dell'obbligo delle solo otto ore... Ci avviamo verso il fallimento; e il provvedimento energico adottato in Germania con ottimo successo e nel Belgio con risultati addirittura sorprendenti, si impone, instaurando le ore supplementari di lavoro, che permettono il ritorno alle dieci ore di rendimento produttivo, indispensabile a restaurare le perdite di un anno di disordini interni, di ozio, di arresto nel lavoro. Questi sono i capisaldi del programma necessario... Ma occorre avere l'energia per attuarlo. L'hanno le forze ormai logore ed impotenti del parlamentarismo democratico e liberale che detengono oggi il potere politico?„

[47] “Un industria molto importante, la ditta Mazzonis... fece una serrata perchè non voleva accordare cosa che gli operai domandavano. Gli operai occuparono le fabbriche. Un anno e più fa. Il Governo che cosa fece allora? Era ministro il senatore Dante Ferraris (si ride). Non li ha espulsi; li ha riconosciuti a questo punto: che ha mandato un rappresentante del Governo a dirigere quelle fabbriche occupate dagli operai. È possibile che io seguissi quest'esempio riguardo alle 600 manifatture dell'industria metallurgica?„.

Un successore dell'on. Giolitti potrà dire del pari: “È possibile che io seguissi l'esempio del Ferraris, mandando rappresentanti del Governo nelle migliaia di proprietà private invase, o quello dell'on. Giolitti istituendo Controlli di cui nessun voleva?„ Così rimane dimostrato una cosa che già da molti secoli si sapeva, cioè che i piccoli ladri debbono essere puniti, i grandi andare impuniti.

[48] Citato dall'Idea Nazionale del 24 ottobre 1920.

[49] Il Nuovo Giornale, 24 ottobre 1920.

[50] Il Resto del Carlino, 21 settembre 1920.

[51] Si diceva che solo la barbarie tedesca aveva ardito di asserire che la forza crea il diritto; ed ecco che il divino proletariato fa suo questo principio.

[52] Che diventa il dogma del suffragio universale? Sarebbe forse venuto il crepuscolo degli dei della democrazia?

[53] Si sa che ognuno stima giusto il proprio vantaggio. Su questa usitatissima derivazione vedasi la Sociologia.

[54] Su ciò vedasi un ottimo articolo di PAOLO ORANO: Il Controllo operaio, Pagine libere, 1º Novembre 1920.